Co-founder di Exodus_couture

Paris: i balconcini in ferro battuto, l’eleganza della Tour Eiffel illuminata di notte, le lussuose vie degli Champs-Élysées… questa intervista mi ha riportata nelle sue vie. Ho intervistato Bianca Apollonio, lei è originaria di Lecce ed attualmente lavora a Parigi; è la co-founder di Exodus_couture, un brand eco-sostenibile e non solo. 
Non avrei mai immaginato di accettare di fare un’intervista, invece grazie all’Istituto di moda Burgo di Lecce sto crescendo molto sia dal punto di vista formativo che caratteriale ed ho colto subito l’occasione.

Il progetto realizzato da Bianca mi ha affascinata molto, vivo molto a contatto con la natura e ho sviluppato una certa sensibilità sulle tematiche ambientali. Durante il lockdown le nostre insegnanti ci hanno dato la possibilità di frequentare online il corso “Plan (G)reen – introduzione alla coscienza sostenibile”. Questo corso è di fondamentale importanza per noi studenti poiché soprattutto il settore moda può e deve migliorare molto dal punto di vista ambientale ed etico.

Sono sicura che quest’intervista farà riflettere molti, buona lettura!

Ciao Bianca, anche se via email, è un piacere conoscerti! Innanzitutto, come stai? Come passi questi giorni di lockdown?

Ciao Marika, anche per me è un piacere conoscere te ed indirettamente gli studenti dell’ istituto di moda Burgo di Lecce. Che dire, il lockdown ha colto impreparati un pò tutti e dal canto mio cerco di vedere in questo ‘mondo in sospeso’ una possibilità per arricchire se stessi, i nostri cari e le persone in difficoltà ognuno come può. A parte i vari ups and downs, cerco sempre di dare un ordine alle mie giornate per non farmi trascinare nel baratro dell’incertezza! Lettura, scrittura e corsi online sono i protagonisti indiscussi di questo isolamento per me. E’ incredibile quante cose si possono scoprire iniziando delle ricerche e lasciandosi trasportare in tanti nuovi mondi!

Sappiamo che sei originaria di Lecce, ma solitamente vivi a Parigi, dove svolgi un lavoro che con la moda in realtà ha niente a che fare, così come i tuoi precedenti studi. Allora come è nata l’idea di “Exodus”?

Già, non avrei mai pensato di passare dall’essere una consulente strategica al lavorare su capi d’abbigliamento, ricerca di nuovi tessuti e collaborazioni con sarti rifugiati… Ma d’altronde si sa, la vita è in costante mutamento e se non fosse così, non ci lascerebbe tante volte senza parole. Anche se molto difficile da immaginare, è stato proprio il mio precedente lavoro nella consulenza a farmi capire il potenziale nascoto dietro alla moda se utilizzata a favore del bene, insieme all’incontro tra l’altro fondatore del marchio ed un sarto africano scappato in Italia con una valigia piena di wax (il tessuto più utilizzato in Africa) e tanto coraggio. Riassumendo, Exodus_couturenasce dalla volontà di poter aiutare il mondo a procedere in una direzione più umana, un pizzico di fortuna e tante meravigliose persone incontrate lungo la strada.

Sono rimasta affascinata anche dal grande valore umano che è alla base di Exodus, sia per l’approccio eco-sostenibile, sia soprattutto per quello equo e solidale, in quanto i vostri capi sono realizzati totalmente a mano da rifugiati. Cosa vi ha portati in questa direzione? Non deve essere un progetto facile da portare avanti.

Il valore umano è l’identità stessa di Exodus, senza umanità Exodus non esisterebbe perché appunto nato con lo scopo di operare un cambiamento positivo sul piano astratto (sensibilizzare contro il razzismo) e concreto (offrire un supporto economico ai sarti con cui collaboriamo e la possibilità degli stessi di poter raccontare la propria storia). La scelta di creare dei capi interamente fatti a mano e l’adozione di un approccio eco-sostenibile si devono invece alla profonda convinzione che la cosiddetta ‘fast fashion’ vada ostacolata offrendo ai consumatori un motivo valido per non acquistare un capo di scarsa qualità merceologica e di impatto negativo sulla società.

Per noi questo vuol dire creatività e soprattutto homemade. Un altro punto fondamentale per noi di Exodus_couture è quello di scoprire nuovi tessuti in giro per il mondo al fine di far conoscere la bellezza di tante culture di cui conosciamo poco e niente!

Hai perfettamente ragione quando dici che portare avanti un progetto di questo tipo non è facile, infatti rimanere coerenti con la propria missione e puntare sulla qualità domanda una continua ricerca e studio del settore e mondo in cui si opera. In altre parole, bisogna essere flessibili e non dare mai niente per scontato, partendo dalla collezione che si vuole presentare fino alla comunicazione con i collaboratori poiché tutti chi più chi meno rappresentano il brand stesso.

Rimettersi in gioco ed essere sempre informati è fondamentale se si sceglie di seguire un approccio realmente sostenibile, anche in virtù dei potenziali elevati costi che il cosiddetto slow fashion domanda al marchio ed al consumatore finale rispetto al fast fashion!

Il capo base del vostro marchio è il bomber, come mai hai scelto proprio questo capo? Ce ne sono altri in cantiere?

Exodus ha come obiettivo quello di creare un ponte tra Occidente ed il resto del mondo attraverso le collezioni proposte. Scegliere come capo base il bomber significa presentare al mondo un modello che rappresenta l’occidente stesso dato che con piccole differenze nei dettagli e tagli, questo modello è sempre stato presente nel panorama della moda occidentale. Basta pensare che all’inizio degli anni 90 veniva utilizzato da piloti guidatori di aerei lanciabombe in America e poi famosi ballerini hip hop e motociclisti negli anni 80.

Ancora oggi il bomber è presente nel guardaroba di grandi e piccoli  in Occidente. Proporre un modello occidentale ed affiancarlo a  tessuti più ‘esotici’ come il wax africano, il batik o la seta di cactus, ha lo scopo di mostrare al mondo che l’incontro tra culture e storie diverse racchiude in sé bellezza ed arricchimento per tutti.

Il bomber ha segnato la nascita di Exodus e rimarrà sempre il suo capo più rappresentativo, ma non il solo! Sarebbe un peccato relegare i bellissimi tessuti che abbiamo scoperto ad un unico capo d’abbigliamento perciò sì, abbiamo altri capi in cantiere ma restano una sorpresa!

Un’altra delle caratteristiche del tuo brand è il rispetto per l’ambiente. Infatti, i vostri capi sono realizzati con fibre naturali, i vostri bomber sono realizzati addirittura in seta di cactus! Come avete individuato questo tessuto così particolare e quali sono le sue caratteristiche?

Esatto, il rispetto per l’ambiente è un must per Exodus pertanto abbiamo cercato di conciliare quanto più possibile i tessuti utilizzati con l’aspetto sostenibile e ciò ci ha portati a scoprire la seta di cactus durante i nostri viaggi come ‘ricercatori di tessuti’. La seta di cactus deriva dalle fibre vegetali naturali che si trovano nel cactus di agave. Tali fibre vengono tinte ed essiccate per poi essere tessute su antichi telai. Si tratta di un lavoro estremamente tecnico frutto di una tradizione unica che dura da secoli a Fes, in Marocco. Inoltre, a differenza di altri materiali che richiedono un’enorme quantità di risorse per essere prodotti, la seta di cactus ha un solo ingrediente: i cactus! Queste piante sono molto veloci da coltivare, il che significa che possono essere sostituiti molto rapidamente, non danneggiando l’ambiente da cui provengono e vengono tessuti a mano quindi non ci sono emissioni di CO2.

Purtroppo il nostro Paese e il mondo intero stanno affrontando un momento molto difficile. Tu come lo stai vivendo? Quali sono le tue prospettive per il futuro di Exodus?

La pandemia che ci troviamo ad affrontare ha costretto tutti ad arrestarsi, il mondo si è fermato e tutto ha preso una svolta imprevista, lo stesso vale per me ed Exodus. Confesso che non è stato facile accettare che tutti i piani d’azione del brand non si sarebbero realizzati per lo meno nel futuro più prossimo date le difficoltà nella mobilità ed il cambio rotta che il settore della moda fortunatamente sembra intraprendere dal punto di vista della sovrapproduzione. Noi di Exodus concordiamo con tutti i grandi stilisti che si schierano a favore di un cambiamento della moda e ne seguiremo sicuramente gli insegnamenti.

Io, come tutti i miei compagni, sogniamo di affermarci e magari creare il nostro brand. A me piacerebbe che i miei capi fossero super ecologici, ma quali sono le caratteristiche che dovrebbe avere un brand per dirsi DAVVERO sostenibile?

Bella domanda! Per noi di Exodus, essere 100% sostenibili domanda innanzitutto un’attenzione continua ai dettagli. Se si prende l’esempio del bomber bisogna pensare a tutti i suoi componenti e cercare quanto più si può la versione più ecologica degli stessi. Altro punto importante è la produzione del capo d’abbigliamento: l’handmade ha come enorme vantaggio quello di essere estremamente poco inquinante, ma difficilmente una produzione può essere completamente realizzata a mano se si parla di grandi quantità altrimenti i costi diventano estremamente proibitivi. Il mio consiglio è quello di cercare un giusto compromesso, cercando di  rimanere fedeli ai propri valori ed al rispetto dei diritti umani. Infine, la distribuzione ed il packaging domandano un ulteriore studio per cercare di inquinare il meno possibile.

Molti ipotizzano che la fine di questa pandemia sarà una svolta per l’ambiente. In questi giorni la natura si è ripresa in gran  parte i suoi spazi e i risultati sono evidenti, pertanto il settore moda, il secondo più inquinante al mondo, ha deciso di incrementare il proprio impegno verso la sostenibilità. Certo, questa presa di coscienza avrebbe dovuto aver luogo molto tempo fa, e forse non è neanche il caso di dire “meglio tardi che mai”, dato il peso che questo ritardo comporta di giorno in giorno. Come credi che si evolverà e/o dovrebbe evolversi in questo senso il settore moda ma non solo?

La moda è sicuramente uno dei settori più inquinanti ed anche uno di

quelli più in sofferenza in questo momento perciò mi rincuora il fatto che sempre più stilisti dichiarino che non produrranno una collezione dietro l’altra rincorrendosi tra fashion weeks. Partendo da Giorgio Armani, fino a APC e Saint Laurent, sembrerebbe che sempre più stilisti prendano coscienza della necessità di un cambiamento; penso quindi che si produrranno meno capi d’abbigliamento ma saranno il frutto di uno studio e riflessione molto più approfonditi. Mi auguro onestamente che anche gli altri ‘grandi’ della moda seguano l’esempio degli stilisti sopra citati e che non si pensi unicamente a produrre meno ma anche a produrre in maniera più RESPONSABILE!

Di Marika Durante

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