Co-founder di Exodus_couture

Paris: i balconcini in ferro battuto, l’eleganza della Tour Eiffel illuminata di notte, le lussuose vie degli Champs-Élysées… questa intervista mi ha riportata nelle sue vie. Ho intervistato Bianca Apollonio, lei è originaria di Lecce ed attualmente lavora a Parigi; è la co-founder di Exodus_couture, un brand eco-sostenibile e non solo. 
Non avrei mai immaginato di accettare di fare un’intervista, invece grazie all’Istituto di moda Burgo di Lecce sto crescendo molto sia dal punto di vista formativo che caratteriale ed ho colto subito l’occasione.

Il progetto realizzato da Bianca mi ha affascinata molto, vivo molto a contatto con la natura e ho sviluppato una certa sensibilità sulle tematiche ambientali. Durante il lockdown le nostre insegnanti ci hanno dato la possibilità di frequentare online il corso “Plan (G)reen – introduzione alla coscienza sostenibile”. Questo corso è di fondamentale importanza per noi studenti poiché soprattutto il settore moda può e deve migliorare molto dal punto di vista ambientale ed etico.

Sono sicura che quest’intervista farà riflettere molti, buona lettura!

Ciao Bianca, anche se via email, è un piacere conoscerti! Innanzitutto, come stai? Come passi questi giorni di lockdown?

Ciao Marika, anche per me è un piacere conoscere te ed indirettamente gli studenti dell’ istituto di moda Burgo di Lecce. Che dire, il lockdown ha colto impreparati un pò tutti e dal canto mio cerco di vedere in questo ‘mondo in sospeso’ una possibilità per arricchire se stessi, i nostri cari e le persone in difficoltà ognuno come può. A parte i vari ups and downs, cerco sempre di dare un ordine alle mie giornate per non farmi trascinare nel baratro dell’incertezza! Lettura, scrittura e corsi online sono i protagonisti indiscussi di questo isolamento per me. E’ incredibile quante cose si possono scoprire iniziando delle ricerche e lasciandosi trasportare in tanti nuovi mondi!

Sappiamo che sei originaria di Lecce, ma solitamente vivi a Parigi, dove svolgi un lavoro che con la moda in realtà ha niente a che fare, così come i tuoi precedenti studi. Allora come è nata l’idea di “Exodus”?

Già, non avrei mai pensato di passare dall’essere una consulente strategica al lavorare su capi d’abbigliamento, ricerca di nuovi tessuti e collaborazioni con sarti rifugiati… Ma d’altronde si sa, la vita è in costante mutamento e se non fosse così, non ci lascerebbe tante volte senza parole. Anche se molto difficile da immaginare, è stato proprio il mio precedente lavoro nella consulenza a farmi capire il potenziale nascoto dietro alla moda se utilizzata a favore del bene, insieme all’incontro tra l’altro fondatore del marchio ed un sarto africano scappato in Italia con una valigia piena di wax (il tessuto più utilizzato in Africa) e tanto coraggio. Riassumendo, Exodus_couturenasce dalla volontà di poter aiutare il mondo a procedere in una direzione più umana, un pizzico di fortuna e tante meravigliose persone incontrate lungo la strada.

Sono rimasta affascinata anche dal grande valore umano che è alla base di Exodus, sia per l’approccio eco-sostenibile, sia soprattutto per quello equo e solidale, in quanto i vostri capi sono realizzati totalmente a mano da rifugiati. Cosa vi ha portati in questa direzione? Non deve essere un progetto facile da portare avanti.

Il valore umano è l’identità stessa di Exodus, senza umanità Exodus non esisterebbe perché appunto nato con lo scopo di operare un cambiamento positivo sul piano astratto (sensibilizzare contro il razzismo) e concreto (offrire un supporto economico ai sarti con cui collaboriamo e la possibilità degli stessi di poter raccontare la propria storia). La scelta di creare dei capi interamente fatti a mano e l’adozione di un approccio eco-sostenibile si devono invece alla profonda convinzione che la cosiddetta ‘fast fashion’ vada ostacolata offrendo ai consumatori un motivo valido per non acquistare un capo di scarsa qualità merceologica e di impatto negativo sulla società.

Per noi questo vuol dire creatività e soprattutto homemade. Un altro punto fondamentale per noi di Exodus_couture è quello di scoprire nuovi tessuti in giro per il mondo al fine di far conoscere la bellezza di tante culture di cui conosciamo poco e niente!

Hai perfettamente ragione quando dici che portare avanti un progetto di questo tipo non è facile, infatti rimanere coerenti con la propria missione e puntare sulla qualità domanda una continua ricerca e studio del settore e mondo in cui si opera. In altre parole, bisogna essere flessibili e non dare mai niente per scontato, partendo dalla collezione che si vuole presentare fino alla comunicazione con i collaboratori poiché tutti chi più chi meno rappresentano il brand stesso.

Rimettersi in gioco ed essere sempre informati è fondamentale se si sceglie di seguire un approccio realmente sostenibile, anche in virtù dei potenziali elevati costi che il cosiddetto slow fashion domanda al marchio ed al consumatore finale rispetto al fast fashion!

Il capo base del vostro marchio è il bomber, come mai hai scelto proprio questo capo? Ce ne sono altri in cantiere?

Exodus ha come obiettivo quello di creare un ponte tra Occidente ed il resto del mondo attraverso le collezioni proposte. Scegliere come capo base il bomber significa presentare al mondo un modello che rappresenta l’occidente stesso dato che con piccole differenze nei dettagli e tagli, questo modello è sempre stato presente nel panorama della moda occidentale. Basta pensare che all’inizio degli anni 90 veniva utilizzato da piloti guidatori di aerei lanciabombe in America e poi famosi ballerini hip hop e motociclisti negli anni 80.

Ancora oggi il bomber è presente nel guardaroba di grandi e piccoli  in Occidente. Proporre un modello occidentale ed affiancarlo a  tessuti più ‘esotici’ come il wax africano, il batik o la seta di cactus, ha lo scopo di mostrare al mondo che l’incontro tra culture e storie diverse racchiude in sé bellezza ed arricchimento per tutti.

Il bomber ha segnato la nascita di Exodus e rimarrà sempre il suo capo più rappresentativo, ma non il solo! Sarebbe un peccato relegare i bellissimi tessuti che abbiamo scoperto ad un unico capo d’abbigliamento perciò sì, abbiamo altri capi in cantiere ma restano una sorpresa!

Un’altra delle caratteristiche del tuo brand è il rispetto per l’ambiente. Infatti, i vostri capi sono realizzati con fibre naturali, i vostri bomber sono realizzati addirittura in seta di cactus! Come avete individuato questo tessuto così particolare e quali sono le sue caratteristiche?

Esatto, il rispetto per l’ambiente è un must per Exodus pertanto abbiamo cercato di conciliare quanto più possibile i tessuti utilizzati con l’aspetto sostenibile e ciò ci ha portati a scoprire la seta di cactus durante i nostri viaggi come ‘ricercatori di tessuti’. La seta di cactus deriva dalle fibre vegetali naturali che si trovano nel cactus di agave. Tali fibre vengono tinte ed essiccate per poi essere tessute su antichi telai. Si tratta di un lavoro estremamente tecnico frutto di una tradizione unica che dura da secoli a Fes, in Marocco. Inoltre, a differenza di altri materiali che richiedono un’enorme quantità di risorse per essere prodotti, la seta di cactus ha un solo ingrediente: i cactus! Queste piante sono molto veloci da coltivare, il che significa che possono essere sostituiti molto rapidamente, non danneggiando l’ambiente da cui provengono e vengono tessuti a mano quindi non ci sono emissioni di CO2.

Purtroppo il nostro Paese e il mondo intero stanno affrontando un momento molto difficile. Tu come lo stai vivendo? Quali sono le tue prospettive per il futuro di Exodus?

La pandemia che ci troviamo ad affrontare ha costretto tutti ad arrestarsi, il mondo si è fermato e tutto ha preso una svolta imprevista, lo stesso vale per me ed Exodus. Confesso che non è stato facile accettare che tutti i piani d’azione del brand non si sarebbero realizzati per lo meno nel futuro più prossimo date le difficoltà nella mobilità ed il cambio rotta che il settore della moda fortunatamente sembra intraprendere dal punto di vista della sovrapproduzione. Noi di Exodus concordiamo con tutti i grandi stilisti che si schierano a favore di un cambiamento della moda e ne seguiremo sicuramente gli insegnamenti.

Io, come tutti i miei compagni, sogniamo di affermarci e magari creare il nostro brand. A me piacerebbe che i miei capi fossero super ecologici, ma quali sono le caratteristiche che dovrebbe avere un brand per dirsi DAVVERO sostenibile?

Bella domanda! Per noi di Exodus, essere 100% sostenibili domanda innanzitutto un’attenzione continua ai dettagli. Se si prende l’esempio del bomber bisogna pensare a tutti i suoi componenti e cercare quanto più si può la versione più ecologica degli stessi. Altro punto importante è la produzione del capo d’abbigliamento: l’handmade ha come enorme vantaggio quello di essere estremamente poco inquinante, ma difficilmente una produzione può essere completamente realizzata a mano se si parla di grandi quantità altrimenti i costi diventano estremamente proibitivi. Il mio consiglio è quello di cercare un giusto compromesso, cercando di  rimanere fedeli ai propri valori ed al rispetto dei diritti umani. Infine, la distribuzione ed il packaging domandano un ulteriore studio per cercare di inquinare il meno possibile.

Molti ipotizzano che la fine di questa pandemia sarà una svolta per l’ambiente. In questi giorni la natura si è ripresa in gran  parte i suoi spazi e i risultati sono evidenti, pertanto il settore moda, il secondo più inquinante al mondo, ha deciso di incrementare il proprio impegno verso la sostenibilità. Certo, questa presa di coscienza avrebbe dovuto aver luogo molto tempo fa, e forse non è neanche il caso di dire “meglio tardi che mai”, dato il peso che questo ritardo comporta di giorno in giorno. Come credi che si evolverà e/o dovrebbe evolversi in questo senso il settore moda ma non solo?

La moda è sicuramente uno dei settori più inquinanti ed anche uno di

quelli più in sofferenza in questo momento perciò mi rincuora il fatto che sempre più stilisti dichiarino che non produrranno una collezione dietro l’altra rincorrendosi tra fashion weeks. Partendo da Giorgio Armani, fino a APC e Saint Laurent, sembrerebbe che sempre più stilisti prendano coscienza della necessità di un cambiamento; penso quindi che si produrranno meno capi d’abbigliamento ma saranno il frutto di uno studio e riflessione molto più approfonditi. Mi auguro onestamente che anche gli altri ‘grandi’ della moda seguano l’esempio degli stilisti sopra citati e che non si pensi unicamente a produrre meno ma anche a produrre in maniera più RESPONSABILE!

Di Marika Durante

Stylist pubblicitaria e cinematografica

“LA VITA E’ UNA SCATOLA DI BISCOTTI!”

Frequento l’Istituto di Moda Burgo di Lecce da quasi due anni ormai e averlo scoperto è stato qualcosa di magnifico.

Sin da piccolina ero propensa a intraprendere questo percorso, nel mondo della moda, creando abiti alle Barbie con carta da forno e stagnola.

Amavo creare, sperimentare e stare al passo con la fantasia, quella fantasia che da piccoli non è mai sbagliata, anzi ti aiuta a sognare, andare oltre e vedere il mondo solo come vorresti.

Crescendo ho imparato a rimboccarmi le maniche e lottare per ottenere ciò che volevo. Avevo i miei sogni e dovevo farli diventare realtà, ma sappiamo tutti che il mondo dei grandi non è proprio come lo immaginiamo da bambini e tante volte la vita ti porta su strade lontane e diverse da quelle che avevi immaginato di dover percorrere, anche e soprattutto dal punto di vista lavorativo. Quindi si, il cammino non è una strada dritta e in discesa, spesso è un aggrovigliarsi di sentieri pieni di insegnamenti da cogliere e fare propri, prima di arrivare alla meta. Mai demordere, mai accantonare e abbandonare i propri sogni, io credo nel destino e alla forza di volontà, quello che è scritto accadrà, con qualche aiutino da parte nostra.

Da due anni a questa parte, grazie alle mie splendide insegnanti Sara e Simona, a piccoli passi sto raggiungendo ciò che è la mia più grande felicità, ciò che ho sempre portato con me nel corso dei miei anni, scoprendo anche lati di me di cui ignoravo l’esistenza.

Questa è la mia prima intervista, un altro passo nel mio tortuoso percorso, che accolgo con un entusiasmo smisurato perché so che farà anche questo parte del bagaglio di esperienze con cui arriverò al mio obiettivo.

Vi presento Natalia Vega, ex studentessa Burgo, diplomata nel 2015 e oggi Fashion stylist cinematografica e pubblicitaria.



Ciao Natalia! Iniziamo subito, chi sei?


Sono una ragazza che ama profondamente la sua terra, la Galizia, una regione nel nord della Spagna, che ho lasciato ormai quattordici anni fa per andare alla ricerca di me stessa. Da allora ho scoperto che il viaggio, il cambio di luoghi, conoscenze e situazioni, è quello che mi fa felice, che mi spinge a indagare e che mi ha regalato e tutt’ora mi regala le migliori ispirazioni per prendere delle decisioni. Amo la primavera e la luce delle sei del mattino e delle sette della sera; amo guardare i miei gatti che giocano o stanno al sole senza far niente; amo i fiori, le riunioni di famiglia, incontrarmi con gli amici all’aria aperta e condividere con loro tutte le cose belle. Sono anche un’appassionata del minimalismo soffice e colorato e del vintage, e probabilmente per questo mi affascina osservare come invecchiano le persone e i tessuti. A parte tutto ciò, sono una fashion stylist e una psicologa, sogno di avere una casa in mezzo alla natura nella quale rifugiarmi e dove le persone possano venire a formarsi, a creare e conoscere meglio se stessi.

So che sei spagnola, ma per molti anni hai vissuto a Milano e anche tu come me hai frequentato l’Istituto di Moda Burgo. Cosa consiglieresti a una ragazza che sta per terminare gli studi? Come ci si affaccia alla realtà e al mondo del lavoro nel settore moda freschi di Diploma?


Non penso che ci sia una risposta adatta a tutti. Di sicuro un consiglio che mi sento di dare è quello di regalarsi un pò di tempo per provare a mettere in pratica tutto ciò che ci rende felici, senza avere l’ansia del raggiungimento di un obiettivo concreto. Quando si fa qualcosa con sentimento e passione, qualunque meta è alla portata di chiunque. Detto questo, l’esperienza alla scuola Burgo, vivere nell’ambiente della moda e degli abiti, fare pratica ogni giorno con figurini, modelli e macchine da cucire, mi ha permesso di imparare in poco tempo tecniche che potrò sfruttare durante il resto della mia vita, sopratutto per quanto riguarda la confezione. Ricorderò sempre il primo “lavoro” che ho avuto grazie all’Istituto: una nostra insegnante, Eleonora, ci aveva proposto di andare a vestire dei modelli a una sfilata. Sebbene allora lavorassi in uno storico e spettacolare negozio di tessuti milanese, chiesi al mio capo di potermi assentare per partecipare alla sfilata. Mi diede il permesso, andai a vestire i modelli e in quell’occasione conobbi un regista, proprietario anche di una casa di produzione cinematografica, che di lì a poco tempo mi richiamò per occuparmi dei costumi di una pubblicità per la televisione italiana. Ecco, il mio lavoro di fashion stylist è cominciato esattamente così.


Raccontaci il tuo giorno di Diploma e come ti sei mossa da quel giorno in avanti. Quali sono stati i tuoi primi passi?


La verità è che non ricordo cosa ho fatto il giorno del diploma… Sarò stata troppo emozionata…? Di sicuro avrò passato un sacco di tempo al telefono per ringraziare tutti quelli che mi avevano supportato in quel periodo: i miei genitori, il mio fidanzato, i colleghi del negozio di tessuti, che parallelamente agli insegnanti mi avevano aiutato nel conoscere a fondo caratteristiche e trattamento di ogni tipo di tessuto, e gli amici. E poi avrò cominciato a chiedermi cosa fare dall’indomani. In poco tempo ho deciso che sarei voluta tornare in Spagna e portare con me il metodo appreso all’Istituto Burgo. Sono venuta a Barcellona, mi sono iscritta a un Master di Gestione dell’industria della moda e allo stesso tempo ho cominciato a cercare lavoro come costumista. Con un pò di fortuna sono entrata in contatto con una professionista che da molti anni lavora nel mondo della pubblicità e grazie alle conoscenze apprese a scuola, sia teoriche, sia pratiche, ho cominciato a farmi strada in questo settore.



Come nasce la tua passione per il fashion styling cinematografico e pubblicitario? Di cosa ti occupi esattamente?

Come ti dicevo prima, il mio “battesimo” nel mondo del fashion styling è stato a Milano. Dopo quell’esperienza e le emozioni provate durante la preparazione e le riprese, ho capito che quello sarebbe stato il mio lavoro. Direi che la passione è nasce proprio allora. In poche parole mi occupo di tutto ciò che indossano gli attori (siano protagonisti o comparse) durante le riprese. È un lavoro che comincia con una telefonata del regista o della casa di produzione durante la quale si conoscono tutti i dettagli dello spot o del progetto cinematografico: numero dei personaggi, stile, date, budget e cose così. Il passaggio successivo è quello in cui mi confronto con il regista e/o l’agenzia creativa sul copione e sul mood che avrà il progetto: che tipo di estetica si cerca, quali colori saranno dominanti, che stile dovranno avere gli  abiti. A questo punto, quando tutto è più o meno stabilito, inizia una delle fasi del lavoro che amo di più, quello della ricerca dell’ispirazione: comincio a guardare film, spot, fotografie, riviste e qualsiasi altra fonte di immagini per trovare modelli di vestiario che possano essere adattati alle necessità del progetto al quale sto lavorando. È in questa fase che creo, nella mia mente, gli outfit per i “miei” personaggi. Ma tra il dire e il fare… Ovviamente ci sono vari problemi pratici da tener presente, tra cui uno fondamentale: dove trovo gli abiti che mi serviranno? Non sempre si trova tutto nei negozi e spesso bisogna girare decine di showroom dove è possibile affittarli. Quando tutto è stato trovato, si fa una prova costume (e se non sei brava e veloce a cucire e adattare i capi ai singoli attori son dolori…) e poi si invia tutto al set, dove si compie l’ultima fase, quella delle riprese. Che, anche se può sembrare strano, non è quella che amo di più, sebbene sia una gran soddisfazione vedere in pratica le tue idee e creazioni.



Quali sono state le tue esperienze nello styling pubblicitario e cinematografico?


Sopratutto per quanto riguarda la pubblicità sono state molte e molto diverse tra loro, da progetti che avevano un solo personaggio (magari in pigiama, mentre faceva colazione in casa), a spot con decine di comparse vestite in maniera abbastanza stravagante, il cui abbigliamento seguiva un’estetica particolare, con colori e stile di abiti molto concreti in accordo con la marca del prodotto. Il tema cinema è più complesso: generalmente si lavora in team composti da molti professionisti, ciascuno dei quali si occupa di un aspetto specifico del vestiario: mi è capitato ad esempio di vestire figuranti in stile anni quaranta in una serie spagnola, protagonisti e comparse per una serie asiatica e lavorare come assistente di una costumista inglese per una americana.



Da quello che deduco sei una ragazza solare, piena di energie e risorse, che non si tira mai indietro. A questo proposito so che hai una tua attività, fantastico! Come nasce l’idea del tuo showroom e il nome “Capitulo dos lab”?


Come ogni progetto, anche Capítulo Dos Lab ha avuto una gestazione piuttosto lunga, e l’apertura (esattamente un anno fa) è stata solo una tappa intermedia di un’esperienza cominciata proprio a Milano. Quando vivevo lì frequentavo diversi mercatini dell’usato dai quali tornavo a casa carica di bellissimi abiti usati, tutti stipati nel cestino della bicicletta. Ho cominciato così ad avere una bella collezione di vestiti dai colori e dalle fogge più diverse. Quando nel 2014 mi sono trasferita a Barcellona, ho portato con me anche tutti questi vestiti. Per qualche tempo mi sono dedicata a venderli (mi piace molto l’idea di poter dar loro una terza o quarta vita), ma poi ho pensato che era un peccato disfarsi di vestiti che non si sarebbero mai più trovati, e che in qualche modo si sarebbero persi per sempre. Così un po’ per “gelosia” degli abiti e un po’ perché già stavo lavorando come fashion stylist, ho deciso di smettere di venderli ma non di farli vivere: affittandoli, appunto, per spot, videoclip, film e shooting fotografici. In quel momento, insieme con il mio compagno, abbiamo creato Momocromo, un piccolo showroom di affitto all’interno di uno spazio di coworking. Da quel primo capitolo, è nato il secondo, quello che è oggi Capítulo Dos Lab.



All’interno del tuo showroom organizzi anche dei workshop su appuntamento. Come è nata quest’idea e in cosa consistono?


Capítulo Dos Lab, che ha la sua sede in un locale di oltre 400 mq costantemente inondato di luce, è varie cose allo stesso tempo. Lo dice già il nome, d’altronde: è un laboratorio creativo dedicato alla moda e al mondo audiovisuale, nel quale è possibile noleggiare abiti e accessori (dalle borse ai fermacapelli, dagli occhiali alla bigiotteria, etc), nel quale si fanno prove costume e dove c’é sempre qualcuno che lavora a una pubblicità, a un videoclip o a un film. È stato naturale, a quel punto, aprire le porte del locale anche a chiunque volesse fare o partecipare a un workshop legato alla moda. In linea di massima decidiamo insieme con alcuni colleghi i temi che pensiamo possano essere interessanti per gli addetti ai lavori, prepariamo una sorta di calendario e cerchiamo i docenti che possano tenere le lezioni. Tra i prossimi che abbiamo in programma ce n’è uno sui nodi delle cravatte e dei foulard (non crederai mai a quanti sono, a seconda delle epoche e delle occasioni!) e sugli stili degli abiti nel corso della storia, fondamentale per chi lavora a produzioni in costume o ambientate nel passato.



Una domanda che sento di farti con tutto il cuore è: chi ha creduto in te e ti ha sostenuto in questo progetto?


Come ti dicevo, è un progetto condiviso, in cui non sono sola e che vive anche grazie al supporto del mio compagno e dei colleghi che quotidianamente passano per Capítulo Dos. Poi chiaramente ci sono sempre anche la mia famiglia e gli amici, sempre pronti a dare una mano.



Mi incuriosisce questo tuo essere dinamica e solare, mi rivedo tanto in te. Il primo aspetto che si nota del mio carattere è il mio essere sempre “a velocità accelerata”, corro sempre da una parte all’altra facendo mille cose ma sempre col sorriso perché penso che la perfezione sia nulla senza ironia. Nel tuo caso quanto ha influito il tuo modo di essere sul tuo percorso e sulla tua carriera?


Quanto capisco quella velocità accelerata! Diciamo che il mio modo di essere è stato fondamentale, nel senso che essere curiosa e tesa in avanti mi ha fatto trovare nella vita luoghi, persone e esperienze che poco a poco mi hanno aiutato a tracciare la mia strada.
Anche l’avere sempre bisogno di stimoli cercare nuovi obiettivi mi ha reso più forte e di conseguenza sono stata anche più pronta a mettermi in gioco con tutto il coraggio necessario. Alla fine, nella vita bisogna rischiare: si affrontano momenti belli e momenti brutti, e tutto è molto più fluido quando invece di cercare di saltare gli ostacoli si prova, e si riesce, a risolverli. Ricordo quando, al terzo anno di università di Psicologia a Salamanca, pensai che quello non era ciò che mi avrebbe fatto felice nella vita. Chiamai mia mamma, glielo dissi e lei mi rispose: “Amore mio, finisci questo perché già hai superato la metà del corso di studi. Sono sicura che, una volta terminato, saprai che strada percorrere”. All’indomani della laurea ero su un aereo per Milano. Credo, in questo senso, che tutti dovremmo leggere almeno una volta nella vita un libro di Haruki Murakami. Ti saluto con un suo passo: “Cerca di pensare che la vita è una scatola di biscotti. […] Hai presente quelle scatole di latta con i biscotti assortiti? Ci sono sempre quelli che ti piacciono e quelli che non ti piacciono. Se inizi a prendere subito tutti quelli buoni, alla fine ti rimarranno solo quelli cattivi. È quello che penso sempre io nei momenti di crisi. Meglio che mi tolgo questi cattivi di mezzo, poi tutto andrà bene. Perciò ecco, la vita è una scatola di biscotti.”



Io credo tanto nel destino e so che, di tutte le persone che mi sarei potuta ritrovare a intervistare, Natalia è stata il caso perfetto al momento perfetto. La ringrazio profondamente per avermi dedicato il suo tempo e la sua storia e spero di avere modo di conoscerci di persona appena la situazione lo permetterà.

Chiudo quest’intervista con la consapevolezza di essere sul sentiero che desideravo da bambina, col sorriso, tanta motivazione in più e una citazione di Natalia, scritta da lei e presa dal suo sito:

“ I love treating things
lightly and taking care
of every small detail.
Sometimes people ask
me why i go so deeply
everyday on everything,
so, it’s because i think
there is nothing more
pathetic than caution.
Enjoy life,
travel and have a cookie!”

di Roberta De Florio

Pattern maker at Off-White, currently at Balenciaga

La moda, un mondo così ampio pieno di colori e di arte. Sfilate, abiti, capi firmati, tendenze ecc., ma dietro a tutto questo c’è un mondo immenso e svariate figure professionali impegnate nel settore e in vari ambiti: ufficio stile, produzione, comunicazione, marketing e tanti altri. Nel processo produttivo è fondamentale la figura del modellista, una figura poco conosciuta ma non per questo meno importante. Qual è il suo ruolo? Il modellista si occupa della realizzazione pratica delle idee dello stilista, sviluppa un modello tramite un accurato studio tecnico utilizzando come strumenti principali la carta o il formato digitale tramite Cad, per far sì che sia riproducibile su tessuto. Noi studenti ne abbiamo capito la reale importanza qui a scuola, poiché ci potrebbe voler un po’ di tempo prima di capire la vera bellezza di questo lavoro e le soddisfazioni che riesce a darti. In questa intervista conoscerete Elena, modellista nel gruppo Kering che, con il tempo, tra viaggi e opportunità prese al volo, ha trovato la sua strada ed è riuscita a trasformare la sua passione in lavoro. Così le abbiamo chiesto com’è andata e lei grazie alla sua disponibilità ce ne ha parlato.

Ciao Elena! Siamo Ornella e Cristiana ed entrambe siamo al primo anno del corso di Stilista di Moda presso l’Istituto di Moda Burgo a Lecce. Il nostro percorso include, oltre a Design, anche la sartoria e la modellistica, che è appunto il tuo campo specifico. Noi siamo alle prime armi in questo mondo, le insicurezze sono tante e poterci confrontare con te, così giovane e già così in gamba, per noi è un’opportunità unica! Ma partiamo dal principio: raccontaci chi sei, da dove vieni e qual è stato il tuo percorso di studi!

Ciao ragazze, innanzitutto grazie a voi per questa opportunità. Allora, mi presento, io sono Elena ho 28 anni e vivo a Milano, sono nata qui. Ho frequentato il Liceo Scientifico Leonardo da Vinci, ho scelto questo indirizzo perché mi piacevano le materie scientifiche e non avevo assolutamente la minima idea di cosa avrei fatto dopo. La mia passione per il cucito è nata sin da piccola ma non era una cosa preponderante nella mia vita. Dopo il liceo, ero molto spaventata all’idea di dover scegliere un percorso da fare per tutta la vita e quindi ho partecipato a mille Open Day, da quelli di moda a quelli di medicina. Per caso mi ritrovai a partecipare a quello del Politecnico di Milano, e ne rimasi molto colpita, soprattutto riguardo al corso di sartoria, e decisi di fare il test di ammissione. Sono risultata idonea ed ero abbastanza contenta. Il primo anno è stato un inferno, non mi piaceva niente, volevo mollare. C’erano molti corsi di disegno nel primo semestre, ed io non ero una delle top player in questo campo, nel secondo semestre ho frequentato un corso che consisteva nella progettazione di un abito, che fu anche esposto in una mostra. Da lì ho iniziato a studiare modellistica e confezione, da quel momento me ne sono innamorata e ho deciso di continuare. Il secondo anno sono andata in erasmus all’università Politecnica di Valencia “Campus de Alcoy” dove c’era questo Polo di ingegneria tessile. Sono stata super felice, mi è piaciuta molto ingegneria tessile, soprattutto la parte dei laboratori dove andavamo a fare miscele per il finissaggio dei tessuti, tinture, stampe.. un settore al quale non mi ero mai avvicinata particolarmente, infatti il mio guardaroba era prettamente a tinta unita. Fu davvero un percorso stimolante, infatti, ironia della sorte, decisi al terzo anno del Politecnico di specializzarmi in abbigliamento. Come tesi presentai un progetto sulla sostenibilità, dovevamo disegnare una collezione ispirandoci ad un brand, io scelsi Uniqlo, era ancora poco conosciuto in Italia ma era molto innovativo. La mia collezione si chiamava “La morte personificata” basata su tessuti stampati con tecniche sostenibili.

Finito il Politecnico, mi sono chiesta: cosa voglio fare? Allora decisi di specializzarmi in modellistica, fu così che mi iscrissi al master alla Secoli.
Nell’attesa di iniziare il corso ho frequentato uno stage per 3 mesi in uno showroom. Per me l’importanza delle lingue è sempre stata una cosa fondamentale, già al liceo ero stata in Sudafrica a fare un’esperienza di studio, e volevo appunto rispolverare l’inglese perché lo sentivo un po’ arrugginito, quindi ne approfittai e decisi di andare a Londra a fare la ragazza alla pari e vivere con una famiglia. Una volta lì, mi iscrissi ad un corso di drawing alla “London College of Fashion”, sentivo di avere proprio una mancanza nel disegno e quindi volevo perfezionarmi per una visione futura anche se volevo fare la modellista. Il giorno prima di iniziare il master sono tornata a casa, ancora più carica ma distrutta, perché fare la ragazza alla pari è faticoso. Ho lasciato una città pazzesca, dove ho lasciato il cuore.

Attualmente lavori come modellista per il gruppo Kering, in particolare per Balenciaga, il ché già ci lascia a bocca aperta! Sicuramente però non è stato un salto immediato e semplice quello dal giorno del diploma al lavoro per questo famoso brand. Quali sono stati gli step successivi al termine del tuo percorso di studi, quelli che ti hanno portata dove sei oggi?

Il master è stata la scelta di cui sono stata più convinta nella mia vita. Durante il corso ho studiato la modellistica partendo da 0, il Cad e la confezione. Devo ammettere che mi sono trovata fortunata perché quell’anno era appena partita una collaborazione con Moncler, noi ragazzi dovevamo disegnare un capo Easy Couture e scoprire il mondo della piuma è stato molto interessante. In contemporanea, dovevamo anche disegnare un capo Haute Couture per la sfilata di fine anno. Come tesi invece realizzai una collezione chiamata “Sail the city”, basata su una mia grande passione per il mondo della barca a vela, ideata apposta per una donna giovane che potesse indossare tutti i giorni questa grande passione anche vivendo nella metropoli. Gli outfit avevano dettagli stile nautico, utilizzai tessuti tradizionali mixandoli con tessuti tecnici, quello più innovativo era uno Spinnaker che era una vela in ripstop nylon bianco e rosso con le impunture tipiche, con cui ho realizzato un trench e inserti negli altri outfit. Ero super contenta, lo erano tutti e così mi son laureata. Mi sono posta mille domande su cosa volessi fare, mi piaceva la modellistica ma avevo anche acquisito una grande passione per il cucito e così mandavo curriculum per entrambe le posizioni. Nell’attesa, ho vinto un concorso con la Maison Valentino, dove in realtà mi ci avevano iscritta i miei professori. Era una progetto in collaborazione con il master di alta moda dell’Accademia di moda e costume di Roma dove i ragazzi ci assegnavano dei bozzetti e noi dovevamo realizzarne i prototipi, quindi partire dai modelli fino alla confezione. E’ stato per me importante lavorare con altri stilisti, è stato il mio primo interfaccia da modellista. Volevo però cercare uno stage che mi permettesse di fare entrambe le cose, quindi ho avuto la fortuna di lavorare da Ratti, un’azienda tessile nel settore Comasco. Ero nell’ufficio Cad come modellista, mi occupavo di tutta la parte di piazzamento delle stampe sui cartamodelli, anche di grandi brand come Dolce e Gabbana, Micheal Kors, Givency e altri. Finito lo stage, mi han chiesto di rimanere da loro ma decisi di andare avanti per la mia strada. Dopo solo un mese, mi sono candidata per un lavoro a Mosca. Cercavano una figura da Natalia Gart e dopo vari colloqui e varie selezioni sono stata scelta e son partita per Mosca nel mese di ottobre. E’ stata un’esperienza molto bella, facevo la Fashion Designer per questo brand e tecnologa di confezione e produzione, quindi mi occupavo sia della parte di style e sia della parte dei fitting, campionari, controllo della qualità, risoluzione dei problemi tecnici, ecc… A dicembre tornai a Milano, decisi di lavorare come modellista free-lance ma allo stesso tempo continuavo a cercare lavoro in un’azienda e così nell’aprile del 2017 ho iniziato da Off-white. Sono riuscita ad entrare da Off-white tramite Fashionjobs, ho inviato il mio curriculum ed avevo risposto ad un annuncio dove non c’era scritto che fosse per Off-white, ma per un atelier interno, mi aveva molto colpito perché comprendeva sia modellistica che confezione ed era perfetto per me.
Dopo una settimana di prova ho iniziato, ho avuto la fortuna di entrare quasi all’inizio ed era ancora piccolissimo ed eravamo in pochissimi, eravamo in 50. Lì è stata un’esperienza davvero stimolante ed è stato come stare in una grande famiglia. E’ stato molto bello perché da Off-white hai delle grandi responsabilità e sei molto libero, ti viene data molta fiducia e lavoravo sia su carta e sia in digitale con Cad. Io ho avuto la fortuna di avere due grandi stilisti a cui rendere conto, mi consegnavano i disegni e mi lasciavano molto sperimentare e proporre nuove soluzioni; insieme ad una mia collega ci occupavamo in maniera diretta anche della linea haute couture, c’era tutta una parte di progetti speciali. Abbiamo seguito anche le sfilate a Parigi e gestivamo gli atelier days con un team di sarte e modelliste esterne sia per l’ uomo che per la donna. Ho avuto anche modo di lavorare molto a contatto con Virgil Abloh, persona fantastica, incredibile, super umana; è stata una grande famiglia ed io me la porto sempre nel cuore. Sono stata da Off-white fino al settembre 2019, due anni e mezzo, ma mi rendevo conto che avevo bisogno di andare in un posto dove potevo imparare di più e crescere, volevo andar a vedere una realtà diversa e andare in un posto dove si sarebbe fatto anche produzione e non solo campionario, e conoscere delle modelliste Senior da cui imparare.
Il gruppo Kering, è sempre stato il mio gruppo preferito in assoluto e lo seguivo anche per tutti gli annunci di lavoro su Linkedin. Un giorno è uscito l’annuncio per Balenciaga ed ho pensato di inviare il curriculum. Sono stata contattata qualche mese dopo, ed ho fatto alcuni colloqui e, a mia insaputa, la prova tecnica . Quell’estate, dopo le vacanze, dopo la prova tecnica, mi hanno assunta ed ho dovuto iniziare subito, rinunciando all’ultima sfilata di Off-white.Sono molto contenta di essere da Balenciaga, perché qui c’è tutto quello che cercavo. Io sono da Balenciaga Novara dove è molto strutturata l’azienda: c’è l’ufficio prodotto, l’atelier con circa 8-10 sarte, c’è il magazzino interno, l’ufficio Cad, ci sono tante modelliste Senior ed altre colleghe dalle quale sto imparando molto e sono molto grata e molto contenta.

Quello del modellista è un mestiere tanto affascinante e antico quanto difficile. E’ un ramo a cui ti sei approcciata già da bambina o ti ci sei appassionata solo da adulta?


Sin da bambina, avevo 7 anni quando ho iniziato a cucire piccoli oggetti come borse e vestiti, mi piaceva tutta la parte manuale. Mia nonna paterna lavorava a maglia e la nonna materna realizzava vestiti, ricordo un abito che adoravo creato da entrambe. Non ho seguito le orme dei nonni in realtà, ma penso che qualcosa nel DNA me l’abbiano lasciata. Il mondo della modellistica l’ho scoperto solo quando ho iniziato a studiare moda, e mi ci sono appassionata subito. E’ un mestiere poco conosciuto, mi viene ancora chiesto in cosa consiste il mio lavoro, la gente pensa addirittura che io faccia vestiti in miniatura per le bambole. Penso di aver trovato la mia strada con la modellistica, a molte persone non piace, è o amore o odio, forse perché c’è troppa tecnica, ma è tanto importante, è quel tassello fondamentale di mezzo tra stilista e sarto.

Abbiamo capito che la modellistica è sicuramente un tuo punto forte, altrimenti non saresti dove sei. Una delle difficoltà maggiori probabilmente è fare da tramite tra l’idea del designer e il prodotto finito, traslare un figurino in un cartamodello fedele. Le nostre insegnanti ci ripetono sempre di disegnare secondo il nostro stile ma tenendo a mente la fattibilità del capo in questione. Ti è mai capitato di trovarti di fronte a proposte difficili da realizzare?


Si, mi è capitato, però è andato tutto bene, alla fine sono sempre riuscita a soddisfare le esigenze di tutti. La prima esperienza tra le più traumatiche è stata la creazione di progetto da me disegnato per una sfilata, era un pantalone con un cono che impediva la camminata, lì mi sono scontrata con la modellistica. Saper disegnare un abito con conoscenze di modellistica è un percorso imprescindibile per uno stilista, sia per se stesso e sia per il processo di progettazione. Altre volte, da Off white mi sono dovuta trovare a mediare tra tessuto, vestibilità e altre cose più tecniche o mi sono trovata nella situazione in cui dicevo allo stilista che bisognava apportare delle modifiche anche se in disaccordo. Però ho avuto la fortuna di collaborare sempre con persone disponibili; è sempre stato un venirsi incontro, imparando l’uno dall’altro e arricchendosi sempre a vicenda.

Dalla tua storia si evince un carattere piuttosto caparbio e sicuro di sé, è così? Non capita a tutti di ottenere un lavoro prima da Off-white e poi da Balenciaga, com’è stato ricevere la telefonata: “Sei dei nostri”?


Direi di no, non sono né caparbia né sicura di me, anzi penso di essere una persona molto insicura. Si evince che sono sicura perché sono contenta del mio lavoro, ma lo sono adesso della mia strada e l’ho capito un po’ per caso. Ricordo che ad un festa mi ritrovai a parlare con un ragazzo, mi fece le solite domande di circostanza tra cui di cosa mi occupassi nella vita e diede per scontato che non fossi contenta, perché molta gente tende a lamentarsi del proprio lavoro, e da lì che ho capito di ritenermi fortunata di avere un lavoro che mi piace e di essere stata in grado di scegliere quando avevo ancora mille dubbi, io sono anche molto fatalista e quindi penso che certe cose succedono sempre un motivo. Caparbia neanche, non sono una di quelle che vuole una cosa e lotta per ottenerla. Molte cose si son presentate li, ho avuto la fortuna, la bravura di poter coglierne e trarne del positivo, son cose che te ne rendi conto dopo. Quando mi hanno confermato da Off-white ero molto felice, era un brand molto piccolo non era ancora tanto conosciuto, ero eccitata a dover lavorare in un atelier e a partecipare alle loro sfilate. Quando mi hanno chiamata da Balenciaga ero super felice, ricordo di aver fatto prima una call di presentazione ed ero molto agitata, lo step successivo è stato il colloquio ed infine la prova tecnica che ho affrontato con ansia. Ho ricevuto un loro feedback positivo dopo qualche giorno, ma dovevo aspettare la conferma. Avevo appena prenotato per andare a Parigi per la sfilata di Off-white quando ho ricevuto la conferma da Balenciaga ed ho dovuto rinunciare alla sfilata, ero comunque contenta e super emozionata.
Sono consapevole che far parte di un grande brand visto da fuori potrebbe spaventare, in realtà una volta dentro ti accorgi che sei circondata da persone vere e umane e tutto questo poi entra a far parte della quotidianità.

Ad oggi hai alle spalle esperienze lavorative importanti, presso grandi aziende i cui prodotti sono nella wishlist di tantissima gente. A noi che siamo agli inizi sembrano inarrivabili e le immaginiamo come delle enormi catene di produzione dove la modellistica su carta è un vecchio ricordo che ha lasciato spazio ai programmi Cad, meno poetici ma sicuramente più “fast”. Sappiamo che nelle tue varie esperienze lavorative ti è capitato di lavorare sia in un modo sia nell’altro. Quali sono i pro e i contro dell’usare l’uno o l’altro metodo secondo te, e se potessi, quale sceglieresti come migliore?

Io sono una grande fan della manualità quindi della carta del vecchio stampo. Il Cad o piace o non piace, io lo utilizzavo perché andava fatto non ero una grande fan, man mano ti rendi conto che è molto più immediato e veloce.
Da Off white utilizzavo entrambi i metodi, avevo la libertà di scegliere, principalmente preferivo la carta, perché lavoravo su capi più elaborati e su capi di haute couture, il Cad lo utilizzavo per lavorare sulle basi, sulle trasformazioni e per i piazzamenti di stampa. Da Balenciaga, attualmente, utilizzo solo Cad e pochissimo su carta, quasi niente. I pro del Cad sono l’industrializzazione e la produzione, i pro della carta invece è il rendersi conto man mano di cosa sta succedendo in dimensioni reali. Mi son trovata a lavorare, come faceva Dior un tempo, per degli abiti couture ma in dimensione ridotta ad uno e mezzo, sia per velocità, per ingombro fisico e sia per non sprecare metri e metri di tessuto; principalmente ho fatto tutto a mano ma ho anche usato il Cad. 
Se potessi scegliere come uno migliore dei due, io non sceglierei, nel senso per la mia formazione io li terrei validi entrambi, io spero che non mi tolgano mai ne il mouse ne la matita.

Noi siamo ancora agli inizi del nostro percorso, molti prediligono design, molti prediligono la
modellistica e la sartoria. La modellistica a volte può risultare difficile, pesante e noiosa e capita di scoraggiarsi e pensare “forse non fa per me”. Ce lo regali qualche consiglio?

La modellistica a molti non piace, direi di cancellare dalla testa il pensare “forse non fa per me” e memorizzare invece che senza la modellistica non sarete dei bravi stilisti, ed ovviamente neanche dei bravi sarti. Nelle mie esperienze ho conosciuto anche stilisti con mancanze di modellistica, uno stilista con competenze invece lo aiuta a progettare un capo che funziona, semplifica e rende più veloce il lavoro anche a modellisti e sarti. E’ fondamentale se vuoi che il tuo capo sia realizzato come lo hai pensato, è anche un orgoglio personale aver disegnato un capo che funzioni.
 Nel mondo dello stile c’è tantissima competizione, quello che effettivamente fa la differenza è uno stilista che conosce la modellistica.
Comunque la mia storia non è tutta rose e fiori, non è stato tutto sempre fantastico, ci sono stati dei momenti in cui ovviamente ho avuto delle difficoltà o mi rendevo conto che facevo un esperienza anche se non era quello che volevo fare nella vita, ma poi guardandomi indietro mi sono resa conto di essere contentissima di aver fatto tutto. Non ho mai pensato di aver buttato il mio tempo, in realtà sono tutte cose che si rinchiudono in un pacchetto che ti porti dietro. Ogni tassello del puzzle, che in un momento può sembrare appartenente ad un altro puzzle, in realtà appartiene al puzzle che hai davanti e lo capisci solo quando trovi altri tasselli che completano il quadro. Penso che ogni esperienza serva per il futuro.

Che progetti hai per il futuro?

Speravo che questa domanda non arrivasse mai ed invece è arrivata.
Che progetti ho per il futuro? Non lo so, innanzitutto continuare a fare qualcosa che mi piace, penso di essere molto giovane e credo che in ogni cosa che farò e faccio c’è sempre qualcosa da imparare perché non si smette mai.
I progetti che ho per il futuro, spero di rimanere nel mondo della modellistica, da Balenciaga sto benissimo e spero di rimanerci in più possibile.
Vorrei anche continuare ad arricchire le mie culture e viaggiare, dopo tutte le mie esperienze estere, mi piacerebbe in un futuro cambiare paese e lavorare lì, ci sono opportunità ovunque.
 Vorrei non fermarmi, poi chi lo sa.

Di Ornella Salvemini
e Cristiana Petkova

Ex studentessa Burgo, oggi Fashion Stylist per QVC Italia


Ph.Credit ELENA DATRINO

Voi lo avete mai visto “JOY”? E’ Il film tratto dalla storia vera di una donna, Joy Mangano, che ha inventato un oggetto oggi di uso comunissimo: il mocio. A seguito di quella invenzione, Joy si trasformò in pochissimo tempo in una delle maggiori imprenditrici di successo d’America. Adesso voi penserete: “Si, ma a te che sei una studentessa di moda, cosa interessa l’invenzione del mocio?”. Beh, ve lo spiego subito. Noi della Burgo di Lecce diciamo spesso di essere una “famiglia”, e questo non vale solo tra noi ragazzi, include anche le nostre insegnanti, con cui oltre a condividere le giornate di lavoro, spesso condividiamo le nostre paure e le nostre insicurezze. Soprattutto ora che tutto sembra essere sfuggito al nostro controllo, ci rendiamo conto di quanto i progetti e le aspettative per il futuro siano  fragili e a maggior ragione abbiano bisogno di radici forti e profonde.
“Partire” non è mai facile, ci si sente sempre un puntino infinitesimale e quasi invisibile in un mondo immenso, e non sempre è facile restare motivati. Spesso, davanti all’ennesima difficoltà, è facile essere colti dallo sconforto, avere quasi la tentazione di mandare tutto all’aria, “tanto non sono capace”, “tanto non ci riuscirò mai”. E’ stato proprio per questo che un giorno, una delle mie docenti, mi ha consigliato questo film.

La storia di Joy mi ha aperto le porte di un mondo del tutto nuovo e fantastico, mi ha fatto riflettere su quanto sia fondamentale l’atteggiamento che si decide di assumere davanti alle difficoltà o al principio di un progetto impegnativo e più grande di noi, ma mi ha spinta a mettere a fuoco anche qualcos’altro: l’importanza dell’utilità e della qualità dei prodotti che decidiamo di creare e immettere sul mercato, nella moda e non solo.
Nel corso degli anni, il mercato ha subito svariate trasformazioni, a volte in meglio, a volte in peggio. La concezione stessa di “moda” è in costante evoluzione e non sempre purtroppo, ma nella stragrande maggioranza dei casi, oggi le aziende puntano ad un obiettivo in particolare: l’innovazione e la qualità dei propri prodotti.


Certo, che tu sia in grado di creare un prodotto mediocre o eccezionale, vendere non è mai cosa facile. C’è tutto un mondo nascosto dietro l’estetica, il packaging, il prezzo stesso di quello che acquistiamo. Oggi compriamo quasi tutto online e siamo attratti dai colori di un sito web, siamo influenzati da quello che i brand pubblicizzano facendolo indossare alla fashion blogger di turno, si basa quasi tutto su una questione estetica, sulla reazione emozionale del consumatore davanti ad un oggetto o un capo in commercio. Ma non è mica sempre stato così!

Stiamo per incontrare Chiara, ex studentessa Burgo, oggi giovane fashion stylist per QVC Italia.


Ciao Chiara, finalmente riesco a conoscerti! Parto subito con le domande perché sono curiosissima! Parlaci del tuo percorso, quando hai iniziato ad interessarti al mondo della moda innanzitutto?

Ciao Elena, è un piacere anche per me. Ho iniziato a interessarmi al mondo della moda da piccolissima, quando cercavo di ideare e cucire dei vestitini per le mie bambole con degli scampoli di tessuto che mi regalava mia nonna. Poi, crescendo, ho iniziato a fare degli schizzi partendo dalle immagini che vedevo sui giornali, sui libri o ispirandomi ai costumi che vedevo nei film, e data la mia fortissima passione per il cinema, il mio sogno è sempre stato quello di diventare una costumista cinematografica.

Dopo il diploma al Liceo Artistico mi sono trasferita a Milano a per frequentare il corso da Stilista presso l’Istituto di Moda Burgo e, contemporaneamente, ho iniziato a collaborare con l’Ufficio Vetrine di Moschino, collaborazione che è andata avanti per quattro anni. Sono stata anche assistente personale di uno stilista di cappelli, ho lavorato come stylist su set fotografici e per videoclip musicali, fino ad arrivare oggi a ricoprire il ruolo di fashion stylist presso Qvc Italia.


Facendo alcune ricerche ho scoperto la tua passione per l’arte, in particolare quella contemporanea. Ma quali sono le tue considerazioni in merito alla moda intesa come opera d’arte da interpretare?
L’amore per l’arte è una cosa che sento dentro sin da piccola, ne sono stata sempre molto affascinata, e cos’è la moda se non una forma d’arte? La moda è semplicemente arte in movimento, e la maggior parte degli stilisti, se non tutti, prendono spunto in un modo o nell’altro da vari periodi artistici o si ispirano ad artisti passati. Basti pensare ad una collezione di qualche anno fa di Alberta Ferretti ispirata a Frida Kahlo, (che, tra l’altro, é la mia pittrice preferita), o le sfilate di Victor e Rolf in cui ci sono dei veri e propri abiti scultura, o alla collaborazione tra Riccardo Tisci, all’epoca della sua direzione artistica da Givenchy, con Marina Abramovic, potrei continuare all’infinito ma, concludendo, si,  la moda è assolutamente una tra le più belle e forse la più versatile forma d’arte in continuo movimento.


Subito dopo esserti diplomata all’Istituto di Moda Burgo di Milano hai ottenuto un posto nell’ufficio vetrine di Moschino. In cosa consisteva esattamente il tuo ruolo e quali sono i concetti fondamentali da tenere a mente nell’allestimento di una vetrina?

L’opportunità che ho avuto di lavorare da Moschino è stata una cosa bellissima che mi ha dato veramente tanto. Il mio lavoro consisteva nel seguire il progetto di cui si occupava il mio capo, una donna che mi ha insegnato tanto e che mi ha fatta abituare al “duro” lavoro. Mi sono ritrovata a lavorare lì la prima volta in vista della fashion week e alcune volte ho creduto di non farcela, ma poi, grazie anche ai suoi insegnamenti, ho avuto modo di farmi un le ossa e reggere. Durante la fashion week si sa che non esistono orari e i montaggi delle vetrine avvenivano di notte dopo settimane estenuanti di lavoro in cui si iniziava al mattino presto e si finiva alle tre di notte. Seguendo il progetto, dovevamo concretamente realizzare le vetrine, e non si trattava solo di vestire dei manichini ma di allestire delle vere e proprie scenografie. Per tutti coloro che volessero intraprendere quella strada non bisogna aver paura di sporcarsi letteralmente le mani, lavorare senza sosta quando si è in consegna ed essere molto pazienti.


Moschino è stato il tuo primo approccio al settore moda. Oggi, invece, ti trovi a lavorare come stylist per questo colosso del retail, QVC Italia. Raccontaci un pò, come sei arrivata a ricoprire questo ruolo e come si svolge la tua giornata lavorativa tipo?

Sono arrivata in Qvc dopo aver visto la posizione aperta sul loro sito, sono stata assunta a luglio scorso e sono stata felicissima. QVC è un mondo completamente a parte, bellissimo, mi sono sentita a casa sin da subito; l’ambiente lavorativo è molto stimolante in quanto si è sempre a contatto con tanta gente interessante, i miei colleghi sono tutti giovanissimi, il clima è sempre molto gioviale e non ci si annoia mai.

La mia giornata lavorativa cambia continuamente in base al palinsesto e ai miei turni di lavoro. In una situazione normale, a differenza di quella odierna, quando inizio a lavorare al mattino (perché lavorando su turni ho degli orari che variano spesso), entro in azienda alle sette e vado subito in ufficio a fare una riunione di produzione. Dopo di ché, mi reco negli studi per occuparmi della presenter che deve essere pronta per la diretta che parte alle otto. Se l’ora di show delle otto è un’ora di moda, preparo gli outfit della modella, e via così, mi occupo dello styling di presenter e modelle. Ovviamente ci sono delle giornate molto pesanti e altre un pò più tranquille, ma l’ambiente è così vivace e interessante che anche le giornate più stressanti passano in fretta.


Oggi ci troviamo in una situazione difficile da gestire che porterà innegabilmente l’economia a una crisi importante. Mentre ti scrivo, l’Italia è ferma, le aziende non lavorano, i negozi sono chiusi e si, gli e-commerce sopravvivono ma non possiamo ignorare le difficoltà economiche che oggi certo non portano le persone ad acquistare, che sia online o meno! Tu sei a Milano, in una delle regioni maggiormente colpite. Com’è cambiato il tuo lavoro in questo periodo di emergenza? E che direzione credi debba prendere o prenderà il mondo del commercio e della moda in particolare?

Riguardo alla mia situazione lavorativa in particolare, l’unica cosa che è cambiata nel mio lavoro è il contatto con la gente con cui lavoro, l’azienda ci ha tutelati al massimo riguardo a dispositivi di sicurezza ecc. Ad esempio, le riunioni di cui ti parlavo prima ormai avvengono solo telefonicamente, in modo che tutti i partecipanti siano tutelati, o magari in alcuni spazi degli studi e di ristoro il numero di persone deve essere necessariamente limitato e a debita distanza.

Per quanto riguarda il dopo, spero vivamente che il valore del made in Italy riesca a rimanere vivo e attivo continuando ad avere il primato, poi a mio modesto parere bisognerebbe anche rivedere i tempi di uscita delle collezioni come suggeriva Giorgio Armani, in modo tale da avere uno scambio ancora più prolifero.

di ELENA CARACCIO

Classe ’95, Celebrity dressing assistant at Dsquared2.

“LIFE BEGINS AT THE END OF YOUR COMFORT ZONE.”

Io non ho mai intervistato nessuno. Non ho mai scritto un articolo, e nei due mesi trascorsi in quarantena ho letto i lavori svolti dai miei compagni aspettando con trepidazione il mio turno, curiosa di scoprire chi le mie insegnanti mi avrebbero assegnato. E poi eccola: giusto una settimana fa mi viene comunicato il nome della persona che avrei avuto la possibilità di conoscere. Da remoto, si, a questo ci siamo tutti già abituati…o forse no?

In questi giorni è facile perdere il controllo e la forza di volontà, e buttarsi giù. Capita di chiedersi come affrontare un’altra giornata uguale a tutte le precedenti. Proprio nel momento in cui tutto stava iniziando ad accelerare, a pochi mesi dalla nostra prima sfilata, a pochi mesi dalla conclusione del percorso e dal Diploma per molti di noi… non è mica una cosa che ci si aspetta, una pandemia globale che da un giorno all’altro ci piomba addosso come un tronco in mezzo a una strada e ci rinchiude tutti per mesi, ma ci credete? E certo, la nostra generazione ha poco di cui lamentarsi, la dice lunga il nostro modo di reagire davanti a un’emergenza che ci richiede di stare in casa, al caldo, con la nostra famiglia, il cibo in tavola, internet, netflix, sky… Non siamo tutti così fortunati. Ma siamo in un’epoca in cui la consapevolezza è dote rara. La consapevolezza della fortuna, svegliarci la mattina ed essere grati per la vita che abbiamo, per la famiglia che ci sostiene, perché oggi c’è il sole e allora, anche in casa, sembrerà tutto un pò migliore.

Siamo tutti abituati a correre, a tenere sempre gli occhi e il cuore fissi sul “dopo”, nell’ansia di cosa c’è da fare ancora, di cosa arriverà, la necessità viscerale di essere produttivi, di vedere, fare, comprare sempre qualcosa di nuovo. Questa quarantena ci sta obbligando a fermarci, a stare con noi stessi, a osservarci, conoscerci meglio e riconoscere come siamo davvero e in cosa dovremmo e potremmo essere migliori. A realizzare che quella sensazione che abbiamo, che stando fermi il tempo passi a vuoto, si sprechi e non lo si fermi, veloce, veloce, veloce… non è reale. Il tempo acquisisce valore se noi glielo diamo. Niente è mai tempo perso se sappiamo cogliere tutto quello che ci capita come un insegnamento, come un tassello già segnato e necessario nel più ampio disegno di chi siamo su questo mondo. Tutto succede per un motivo.                                              

Io dico grazie a quello che ho. Dico grazie alle mie insegnanti e ai miei compagni di corso, che nonostante tutto, nonostante ognuno di noi sia in difficoltà a modo suo, nonostante la distanza, sono presenti. Dico grazie a loro, ai miliardi di messaggi nel nostro gruppo di classe whatsapp, alle foto e le vecchie stories in accademia, che ci ricordano a cosa torneremo presto. Ai contest a cui le nostre insegnanti ci spingono a partecipare, alle videochiamate, ai corsi in più, a queste interviste.

Per carattere, nella mia vita mi sono spesso lasciata scappare occasioni che probabilmente avrebbero solo fatto bene al mio percorso, per insicurezza, per paura di non essere all’altezza. Quegli errori mi hanno portata fin qui, sono cresciuta e, anche se non mi sento arrivata, perché come dice Alice, non si arriva mai, beh qualcosa l’ho capito. “Quisque faber est fortunae suae”. Stavolta non mi tiro indietro.

Vi presento Alice Mastrolilli, classe ’95, già a bordo di una grande, grandissima nave, quella della Maison Dsquared2, fondata nel 1996 dai gemelli canadesi Dean e Dan Caten. Vi state chiedendo quale sia il ruolo di Alice all’interno di questa meravigliosa grande realtà? Ah no, io non spoilero, leggete qua!

Ciao Alice! Io sono Elisa. E’ un piacere conoscerti e ti ringrazio tantissimo per questa bellissima opportunità.

Pronta? Parliamo un pò di te: chi è Alice Mastrolilli e qual è il suo background?

Sono Alice, ho quasi 25 anni, sono nata in una ridente cittadina della Brianza. Diciamo che fin da piccolina ho sempre avuto un pò questo estro, un carattere abbastanza forte e… ingestibile! Finite le medie ho deciso di iscrivermi al liceo artistico, sempre supportata da mia mamma, che mi ha sempre spronata a fare quello che che preferivo nella vita (sempre con cognizione di causa, naturalmente!). Dopo il liceo artistico, sinceramente, ero indecisa tra le facoltà di Architettura o Design. Tra le opzioni c’era ovviamente anche quella di intraprendere la strada della moda, che è sempre stata una mia grande passione. Ma come tanti ancora pensano, non ero sicura che potesse diventare un vero lavoro. Quindi ho partecipato a un pò di Open Day in varie università, finché non ho scoperto il corso di Fashion Styling e me ne sono totalmente innamorata. Ho pensato subito: “Questo è quello che voglio fare, questo è quello che voglio essere nella vita!”. Così mi sono iscritta e in un attimo mi ero trasferita a Milano. Da quel momento è partito tutto quello che poteva essere il mio futuro, giorno dopo giorno l’ho visto sempre più chiaro nella mia testa. Non ti nego che durante il mio percorso in Marangoni ho avuto degli alti e bassi. Sono una persona super solare ed esuberante, ”faccio casino”, diciamolo! Allo stesso tempo, però, (e questo io lo reputo un mio grande difetto), sono abbastanza insicura. Se qualcuno mi da un giudizio negativo o mette in discussione qualcosa su cui normalmente io mi sento ferrata, vado in crisi. Su questo aspetto del mio carattere ci sto lavorando e diciamo che sono migliorata. I primi anni di corso, però… di batoste ne ho ricevute, come tutti; e chi più, chi meno, le affronta in maniera diversa. Io mi sono buttata giù più volte. Ma grazie anche alle mie compagne, alle mie coinquiline, sono riuscita a capire che non ero sbagliata. E’ giusto che i professori ti mettano in discussione, è giusto anche tante volte buttarsi giù; ma è giusto anche capire che se ne può uscire al meglio. Dopo tutto, ero la persona giusta al posto giusto, l’ho capito e non mi sono mai pentita del percorso che ho intrapreso. 

C’è stato qualcuno in particolare che ti ha incoraggiata e sostenuta lungo questo tuo percorso?

Mia mamma. Mia mamma è stata il perno della mia vita. Io credo molto in lei e so che lei crede molto in me, da sempre. Posso dire che è grazie a lei se sono riuscita a mettermi sempre in discussione, a chiedermi se quello che stavo facendo era veramente quello che volevo fare, perché sapevo che, qualsiasi strada io avessi scelto, avrei avuto il suo appoggio.

Sono state fondamentali anche le mie coinquiline, tra cui Chiara Guagliumi, che avete intervistato per prima! Io e lei siamo diventate molto amiche durante la Marangoni, eravamo in classe insieme, eravamo coinquiline. Mi ha incoraggiato a non mollare quando mi sentivo in difetto e… diciamo che lei e mia mamma sono state le due persone che più mi hanno aiutata nel mio percorso.

Mi hai detto che una volta scoperto il corso di Fashion Styling è stato amore a prima vista e hai capito subito che quello sarebbe stato il tuo percorso. Però, come anche tu mi raccontavi, una volta presa una decisione viene il momento di mantenerla e portarla avanti e non sempre la strada che ci troviamo davanti è semplice. Quando hai davvero capito che era la strada giusta?

Quando ho deciso di non mollare. Ho capito veramente che era quello che volevo fare quando, in un  momento di difficoltà, mi sono chiesta: “Vale davvero la pena mollare perché non mi sento adatta? No, non ne vale la pena, perché posso farcela”. E infatti  così è stato, ce l’ho fatta. Non mi sbagliavo, e ad oggi sono molto contenta e molto soddisfatta. Io credo fermamente che una persona riesca a farcela nella vita e nella carriera solo mettendosi in discussione. Se io fossi partita come un treno dal primo giorno, probabilmente non sarei riuscita ad arrivare dove sono ora.

A proposito di ciò in cui si crede… non ho potuto fare a meno di notare il tuo segno zodiacale nella bio del tuo profilo IG. Anche io sono un Gemelli e sono consapevole che il nostro è un carattere molto particolare e testardo. Quanto ha influito il tuo modo di essere sulla tua carriera?

A beh, allora sai benissimo di cosa stiamo parlando. Sì, l’ho messo in evidenza perché credo di rispecchiarmi molto nel mio segno zodiacale, cosa che magari è una mia fissazione, però boh, io ci credo! Penso che il segno del Gemelli sia abbastanza ambiguo, nei nostri caratteri vi sono delle sfaccettature che possono sembrare opposte, ma che, allo stesso tempo, secondo me, si compensano. Io, di mio, come ti dicevo, sono appunto testarda e ambiziosa ma allo stesso tempo insicura. Sono aspetti che a qualcuno possono sembrare diametralmente opposti, ma proprio il loro connubio, nel mio caso e nella mia carriera, è stato la chiave di tutto. Mi sono subito subito messa in gioco, finito il mio percorso di studi volevo trovare un lavoro; ogni giorno che passava mi sentivo sempre più “in difetto” perché ancora non stavo lavorando. Altri miei compagni, prima di cercare lavoro, hanno tranquillamente fatto passare tutta l’estate. Io no, a luglio ero già in piena ricerca! Ho fatto il mio primo colloquio… beh no, in realtà ne ho fatti diversi. Senza presunzione posso dirti che su quattro aziende, in tre mi avevano selezionato. Ho scelto Dsquared2 perché mi sembrava il lavoro più interessante, quello che poteva davvero essere il punto di partenza per il mio futuro. Una volta iniziato ad inserirmi, diciamo così, a conoscere bene il mio responsabile, lui mi ha fatto notare che in tante cose dovevo essere meno insicura, che il mio essere sempre pronta a mettermi in discussione, il mio voler arrivare sempre più in alto, era certo un’ottima qualità, ma allo stesso tempo dovevo capire che davanti ad una sua osservazione o critica, non dovevo buttarmi giù ma tirare fuori le unghie. Quindi questa dualità del mio carattere.. io penso che sia stata fondamentale. Non è che io sia “arrivata”, anche perché credo che non si arrivi mai nella vita. Ma il mio modo di essere è stato decisivo. Non so se sia servito anche per essere scelta al colloquio o meno, però posso dirti che in questi due anni di permanenza in Dsquared2, molti lati del mio carattere si sono rafforzati e sono contenta che siano venuti fuori e siano stati compresi anche dal mio responsabile, una persona bellissima, che mi sprona, si arrabbia, mi sgrida…come è giusto che sia!

Quindi, si, sono contenta. Mi è servito tanto essere sia testarda, sia un pò insicura, per far vedere davvero chi sono e non nascondermi dietro a un dito, come si suol dire.

Pur essendo molto giovane hai già svolto diversi lavori, partendo da quello di vestiarista per poi arrivare all’attuale ruolo di Celebrity style assistant che ricopri oggi per la nota Maison Dsquared2. Raccontaci un pò il percorso che ti ha condotta qui!

Durante il mio percorso di studi ho fatto da vestiarista per diverse sfilate ed è stata la mia prima vera introduzione al mondo della moda. Lì ho capito che in questo mondo sono tutti “matti” e ho pensato: “Wow, mi piace!”. Ho avuto poi anche un’esperienza come Sales Assistant durante dei saldi privati con clienti selezionati per Calvin Klein, e anche quello mi è servito per capire tutto quello che c’è dietro ad un capo durante le sfilate, o come questo deve essere presentato sulla passerella. Durante la vendita mi sono resa conto di quello che chiede il cliente, di come una persona vuole vedersi, ecc.

Per quanto riguarda invece il lavoro che svolgo adesso, diciamo che è un insieme un pò di tutto quello che che ho imparato negli anni. Sono molto contenta di aver fatto anche queste esperienze come vestiarista, sales assistant, assistente stylist, tutto mi è servito per arrivare ad essere completa nello svolgere il mio lavoro attuale.

Il mio percorso di studi mi è servito in particolar modo per capire che non dovevo mollare, che dovevo essere sempre aperta e disponibile. A questo proposito, ci terrei a scagliare una freccia in favore di tutte le scuole di moda, perché mi è stato detto più volte (e mette la mano sul fuoco che è stato detto anche a te!) che la moda non si studia, che le scuole di moda non servono a niente,che tanto noi facciamo un lavoro che gli altri saprebbero fare senza studiare… e questo non è assolutamente vero! Il nostro background, la nostra preparazione scolastica, ci servono e ci serviranno sempre nella vita per svolgere il nostro lavoro al meglio. Al di là delle nozioni di moda e design, la scuola ti insegna come approcciarti al mondo del lavoro, ti accompagna in questo passaggio fondamentale, fornendoti gli strumenti e le skills necessarie a faro con successo! Se non hai frequentato una scuola di moda si, magari ce la fai pure, ma io credo che non sarai mai pronto al 100% per lavorare in un campo del genere perché è difficile e la gente non lo capisce. Tutti pensano che i lavori difficili siano solo fare il medico, l’architetto o l’avvocato, ed è sbagliato. Chi opera nel settore moda è consapevole di quanto duro lavoro ci voglia per arrivare, magari, ad avere la metà di quello che una persona può avere facendo un qualsiasi altro lavoro, in qualsiasi altro ambito. Ci vuole impegno.

In questo periodo sembra che tutti stiano acquisendo maggiore consapevolezza e stiano rivalutando il mondo della moda, e di questo sono contenta e fiduciosa. Però, ecco, sono sicura che almeno una volta a tutti voi sia stato detto che le scuole di moda sono inutili. Ci tenevo a precisare che non è assolutamente vero!

Siamo curiosi… In cosa consiste esattamente il tuo attuale ruolo all’interno della Maison Dsquared2? Qual’è la tua daily routine?

La mia daily routine è non avere una daily routine! So sempre quando entro a lavoro ma non so mai quando esco, e questa credo sia una costante in qualsiasi azienda di moda, qualsiasi ruolo una persona occupi all’interno dell’azienda. La mia firma elettronica dice che sono “Celebrity Dressing Assistant”. Quando lo dico, solitamente le persone sgranano gli occhi per due motivi principali: uno, perché non hanno capito che cosa vuol dire; due, perché hanno captato solo la parola “celebrity” e mi dicono super excited “Wow! Lavori con i VIP? Che figata!”. In effetti è un bel lavoro, mi piace molto, però non è così banale come può sembrare.

Il mio ruolo è quello di assistente, io e il mio capo seguiamo le celebrity in tutto quello che riguarda eventi, video musicali, shooting, chi più ne ha, più ne metta. Quando ci arriva una richiesta, noi valutiamo se la persona X è in linea o meno con il brand. In questo c’è una collaborazione strettissima e un lavoro di squadra che coinvolge sia noi, sia la direzione creativa e si, Dean e Dan! Questo è un aspetto che mi piace tantissimo, perché è facile credere che gli stilisti siano persone inarrivabili, ma Dean e Dan, loro sono molto disponibili e gentili, ed è un piacere lavorarci insieme! Tornando a noi, quando decidiamo che una persona è in linea con il Brand, allora valutiamo un pò tutto. Ci vengono inviati i moodboard e le indicazioni su cosa il cliente finale vuole e in base a ciò, noi facciamo delle scelte. Ad esempio, nel caso di un video musicale, noi proponiamo una serie di look, i clienti vengono a fare i fitting e quindi abbiamo anche un vero e proprio contatto con la persona X. Devo dire che il mio capo ormai si fida di me, quindi spesso lavoro anche autonomamente ai fitting, sempre in contatto costante con lui, ovviamente.

Dopo il fitting, gli abiti vengono sistemati e diciamo che il grosso è fatto.

Per quanto riguarda eventi come gli Oscar, il Festival del Cinema e via dicendo, il discorso è diverso. Ci vengono spesso richiesti dei custom-made, quindi il mio capo lo disegna, noi lo proponiamo e procediamo con il lavoro. La Maison ovviamente ha vari uffici in giro per il mondo, certo non possiamo chiedere a Jennifer Lopez di venire a Milano a fare il fitting con noi! Diciamo che i personaggi che si trovano oltreoceano, effettuano delle scelte via internet e ce le comunicano via mail; noi mandiamo le proposte, loro le provano e ci comunicano le loro scelte.

Un altro aspetto del nostro lavoro comprende lo styling degli ospiti alle nostre sfilate. La settimana prima dell’evento, noi praticamente piantiamo le tende in ufficio e dormiamo lì. Abbiamo fitting tutto il giorno! Tutte le persone più importanti invitate ad una sfilata, nel 90% delle volte sono vestite dal brand (ovviamente tutto questo ha una finalità di vendita). Quindi si, durante la settimana prima della nostra sfilata, le celebrity “X” vengono in showroom e facciamo tutti fitting. Una volta in location, io e il mio capo buttiamo via il nostro ruolo di stylist e vestiamo un pò quelli di PR! Seguiamo gli ospiti e li accompagniamo ai loro posti.

Il mio lavoro mi piace molto proprio perché è un mix costante. Io sono in ufficio stile, quindi vedo la creazione, la nascita di tutte le collezioni; vediamo le ricerche, capiamo quali saranno i trend futuri del nostro brand. Nello stesso tempo lavoro a stretto contatto con i PR, quindi un sacco di giornali, di magazine, un sacco di stylist famosi in tutto il mondo. Io e il mio capo siamo abbastanza “camaleontici”, riusciamo a lavorare un pò con tutti, ed è una cosa che mi piace tantissimo. Non pensavo che potesse esistere un lavoro del genere. Quando feci il colloquio mi dissero: “Celebrity Assistant!” e io subito: “What?!”. Una persona non immagina che il vip della situazione presente all’evento si sia fatto fare l’abito su misura, o che, per esempio, per il video musicale di Maluma sia stato studiato il capo di Dsquared2, che gli sia stato fornito appositamente per quel dato evento, e così via. Era un mondo di cui ignoravo l’esistenza prima di arrivare da Dsquared2.

Dai, ci spoileri qualcos’altro? Com’è lavorare a contatto con gli artisti della musica, della Tv ecc..?

Ti dirò che, chiaramente, dipende con chi lavori. Più la persona è conosciuta, più è piacevole lavorarci. Io all’inizio pensavo: “Oh Dio! Con i personaggi famosi?! Chissà come mi devo comportare, chissà cosa devo dire, cosa devo fare!”. In realtà, nel 90% delle occasioni, sono loro i primi loro a metterti a tuo agio(poi, certo, c’è sempre l’eccezione che conferma la regola). Non si pensa mai che i VIP, come li chiamiamo, siano praticamente persone come noi, solo che devono andare in giro con gli occhiali da sole perché sennò vengono assaliti!

E’ un lavoro bellissimo e super interessante. Ogni persona nuova che conosco, mi dà un pò di quello che è. Sono contenta di avere sempre a che fare con tanta gente nuova, da tutto il mondo, perché non si finisce mai di imparare. Sono molto grata per questa possibilità.

E Dean e Dan? Sono fratelli, sono gemelli, sono designer e sono super estrosi. Com’è lavorare per loro?

Lavorare per loro è una delle cose più strane e belle che ti possano capitare nella vita. Il loro hashtag è “#wearefamily”, e siamo veramente una grande famiglia. Loro sono attivi al 100% per quanto riguarda le collezioni. Tutto deve passare sotto ai loro occhi, tante volte i fitting li facciamo anche con loro. Devo dire che mi hanno insegnato tanto. Si sono creati dal nulla e collaborano strettamente tra loro ma ritengono anche il nostro supporto assolutamente fondamentale. Siamo proprio una grande famiglia, #wearefamily è l’hashtag giusto che li descrive e che ci descrive.

Quando si parla di sfilata, spesso si può solo immaginare a grandi linee il lavoro che c’è dietro tra make-up artist, hair stylist, vestiaristi, modelle ecc.. Ma in realtà, cosa si nasconde dietro un backstage? Ci sono sicuramente tante emozioni che solo “il dietro le quinte” sa regalarti; ma al di là del mondo patinato che noi immaginiamo, c’è tanto lavoro, tanti imprevisti, tanto corri-corri. Ce ne parli un pò?

Sì, tantissimo corri-corri, tantissimo lavoro, tantissime persone, tantissima organizzazione. Diciamo che il dietro le quinte del giorno della sfilata, è solo l’1% di quello che c’è veramente dietro ad una passerella. Tutto sta nei  giorni prima dell’evento, che da noi vengono definiti i “giorni di coordinamento”, in cui i miei colleghi dell’ufficio stile, insieme alle stylist, insieme a Dean e Dan, compongono i look e tutto quello che è l’accessorio. Il look deve essere messo ad una specifica modella o modello, quindi fanno la line-up, che è l’ordine delle uscite: il look X deve stare alla modella X e il look Y alla modella Y. Tutto questo lavoro viene fatto nei giorni che precedono la sfilata. Il giorno dell’evento poi, ci si sveglia di buonora, si va in location, e si fanno le prove, si provano scarpe, accessori, tutto quanto, e le sarte fanno i miracoli dell’ultimo minuto se qualcosa non dovesse andare. Ma tendenzialmente, il giorno della sfilata si arriva già pronti perché il tempo è poco e bisogna aver fatto tutto nella settimana precedente.

Poi c’è l’aspetto “front-row”. Bisogna far sedere tutti al giusto posto assegnato, controllare che tutto sia perfetto, recuperare di corsa gli ospiti che arrivano in ritardo, ecc.

Io ho la fortuna di assistere la sfilata da davanti, tante volte in piedi nascosta in un angolo! Le esperienze da vestiarista che ho fatto in precedenza, mi hanno insegnato che cosa vuol dire stare nel dietro le quinte, e devo dire che i miei colleghi fanno delle corse non indifferenti per far funzionare tutto al meglio li dietro, fino all’ultimo minuto.

Sul tuo sito www.alicemastrolillistylist.com troviamo alcuni dei tuoi lavori di styling. Qual’è, ad oggi, la tua filosofia in questo lavoro? Hai un’icona di stile, un ideale passato che condiziona il tuo modo di esprimerti?

Quello che puoi vedere sul mio sito, sono tutti lavori e progetti che ho fatto durante gli studi, prima di iniziare a lavorare. Si distacca un po’ da quello che in realtà faccio adesso, perché se prima lavoravo pensando ad una rivista di moda, o ad un Magazine, ora devo creare il look, pensando al reale, alla vita vera. Uscita dalla Marangoni, già sapevo che non avrei intrapreso la carriera da freelance perché preferivo buttarmi più su una casa di moda, su qualcosa di “reale”, passami il termine. Sapevo che non avrei lavorato come stylist nel senso più “tradizionale” del termine, per gli shooting fotografici. Quello che faccio ora riflette molto meglio chi sono.

Non mi sono mai fossilizzata su un solo ideale di stile. Quello che mi è sempre piaciuto di questo lavoro è che in ogni progetto puoi scoprire un mondo nuovo, proprio per questo non ho mai avuto e non ho tutt’ora un ideale di stile o una persona iconica da seguire più di un’altra. Non voglio fossilizzarmi su una sola persona, su una sola icona, perché secondo me la ricerca serve proprio a questo, a non fermarsi, a espandere i propri orizzonti e scoprire sempre cose nuove.

Se dovessi descriverti in tre aggettivi, sia personalmente, sia lavorativamente parlando, quali sarebbero?

Penso di poterli raggruppare. Sono sempre stata la stessa persona sia a livello lavorativo che non. E’ molto importante essere se stessi e riuscire a ritagliarsi il proprio posto nel mondo per quello che si è, mai per quello che si vuole far vedere. Direi che sono: esuberante, disponibile e sognatrice. Nel bene e nel male mi butto sempre a capofitto in qualsiasi cosa mi passi per la testa, senza pensarci troppo. A volte me ne pento, capita di dire “avrei potuto essere più pragmatica”, ma non sarei me stessa, no? E poi “Alice nel paese delle meraviglie” nel mio caso è più che una favola per bambini. Non potrei essere nessun altro se non Alice.

Dove ti vedi tra dieci anni?

Tra dieci anni? Ci ho pensato tante volte e ci penso tutt’ora. Tra 10 anni mi vedo… realizzata! Perché se qualche anno fa non mi sognavo neanche di dirlo, ora invece so che ce la posso fare. Quindi mi vedo realizzata, con una famiglia, con il mio fidanzato che mi sopporta e supporta da quasi 4 anni a questa parte; con dei bambini, perché io la famiglia la vedo e l’ho sempre vista al primo posto in tutto. Mi vedo realizzata anche a livello lavorativo. Non so ancora dove sarò, non so cosa farò, ma so che il mio istinto mi ha portato dove sono ora.

Mi sento realizzata nel mio piccolo, nei miei 25 anni. So che continuando a credere in me stessa riuscirò a realizzarmi. E chissà, magari tra 10 anni ne riparleremo e ti dirò in cosa sono riuscita a farcela!

Prendo la mia vita giorno per giorno, come viene. So che fare progetti a lungo termine tante volte è rischioso, perché se non si riesce a realizzarli si rimane delusi  e ci si scoraggia. Secondo me, invece, cavalcando l’onda che arriva, volta per volta, si riesce ad arrivare esattamente dove si vuole, con calma e sangue freddo (che non è assolutamente una cosa che mi contraddistingue, ma ci provo!).

Se potessi parlare alle te studentessa al primo giorno di Accademia..? Con il bagaglio di esperienze e competenze sia lavorative che di vita che hai oggi, cosa le diresti?

Di non arrendersi mai e di credere in se stessa. La vita ci metterà sempre davanti ad ostacoli che ogni volta ci sembreranno insormontabili, ma nessuno più di noi stesse saprà farcela. Siamo le persone giuste al momento giusto, ma solo se ci crediamo veramente! “LIFE BEGINS AT THE END OF YOUR COMFORT ZONE” come avrai visto tra i miei ultimi post di instagram. Pensa fuori dagli schemi, ascolta il tuo cuore e le tue sensazioni, e nella vita ogni successo arriverà. Lo dico io che in questo campo ho quasi voluto mollare, ma non potrei essere più felice di non averlo fatto.

di Elisa Ciccardi

‘Non perdere mai di vista i tuoi obiettivi’

Da qualche settimana assistiamo a un fenomeno magico: il risveglio della natura. Lei non si ferma mai. Va avanti nonostante il nostro lockdown e torna a riappropriarsi dei propri spazi, invasi dall’uomo. La ciclicità delle stagioni è una delle certezze che al momento abbiamo; ogni volta sappiamo che trascorso il gelo dell’ inverno, saremo pervasi dal calore della primavera. Quest’anno però ha un sapore più amaro, ma tutti riponiamo la nostra fiducia nel futuro. Certo è che in questo periodo mantenere l’umore alto non è poi così semplice…

Oggi però è stata una giornata più colorata, sono stata contattata dalle mie prof che ci aiutano a non demordere mai.

#courageabovefear

Al contrario degli altri giorni e diversamente da quanto mi aspettassi, mi hanno affidato un progetto del tutto nuovo.
Intervisterò Cristiana Rivellino Santella: mamma, Image Consultant, Fashion stylist, Creative Director e docente.  Insomma per un giorno sarò una giovane giornalista.

Purtroppo la situazione che stiamo vivendo non mi ha permesso di poterle parlare vis à vis e dobbiamo quindi far in modo che le lettere imprese sullo schermo, assumano la sua e la mia voce… Certo, con un po’ di immaginazione, ma con il giusto entusiasmo, lo stesso con il quale noi abbiamo affrontato questa intervista. La sua forza, la sua determinazione, audacia traspaiono dalle sue foto, vengono fuori irrompenti, facendoci per un attimo scordare dello schermo che ci separa.

Leggere per credere…

Ciao Cristiana, grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ di te e di cosa ti occupi.

Ciao Marina, grazie a voi per avermi coinvolto .
Ho 35 anni e sono nata a Campobasso, ma a 18 anni ho iniziato a rispondere alle mie domande esistenziali cambiando città ogni volta che potevo. Roma, Verona, Milano, Ferrara, tanto per citarne qualcuna. Poi però la maggior parte delle risposte le ho trovate a Milano e da qui non sono più andata via.

Oggi sono una mamma (a tempo pieno), una docente (per qualche ora al giorno), una stylist e consulente d’immagine (quando serve) e una creative director (quando me lo chiedono). E soprattutto sono una donna molto felice, anche se ancora piena di domande.

Da Laureata in Architettura-disegno industriale a Image Consultant, Fashion stylist e Creative Director. Come, da laureata in disegno industriale, sei riuscita a cambiare percorso e soprattutto sei riuscita a farti notare facendo così tanta strada?

Durante l’ultimo semestre del corso abbiamo avuto la possibilità di scegliere un indirizzo e di approfondire al meglio l’argomento di tesi. Avevo scelto Yacht Design, ma ricordo ancora la faccia del mio professore quando mi disse che no, non era il caso. Allora mi sono fermata a riflettere e ho deciso che era arrivato il momento di dare una chance alla mia passione per la moda. Mi sono allora trasferita a Verona, dove ho iniziato uno stage in un atelier e nel mentre preparavo la tesi. Laureata ho iniziato poi, sempre a Verona, a lavorare in un ufficio stile. Nel 2008 approdo a Milano dove ho iniziato un percorso professionale disegnando in un ufficio stile molto importante, ma sentivo che anche quello non era il mio posto. Da lì poi sono arrivati i primi stage nelle redazioni moda e iniziavo a capire meglio cosa mi veramente piacesse, e grazie ai primi contatti con senior stylist, grazie a una serie di incontri, sempre accompagnati da una never ending gavetta e da una considerevole buona volontà.

Un po’ lungo da raccontare tutto il percorso, ma nonostante dubbi ed incertezze non ho mai perso di vista l’obiettivo, focalizzando tutte le mie energie sul punto d’arrivo. Capitava spesso che venissi pagata molto poco e mi inventavo altri lavori per poter arrivare a fine mese, ma ho capito quanto mi fosse d’aiuto la mia testa dura e le mie idee (semi)chiare sul mio futuro.
Credimi, con la schiena dritta e senza calpestare i piedi a nessuno, con lealtà e forza di intenti, si arriva ovunque.

L’ Image Consultant è una figura fondamentale per l’ immagine di un artista e di un brand, tra le tue collaborazioni :Elisa, Ligabue, Colapesce, Warner, Universal, Adidas Originals, Diesel, Nike… Esser in continuo aggiornamento con le tendenze sarà il tuo pane quotidiano e riuscire a nascondere le criticità e ad esaltare i punti di forza di un soggetto con cui lavori non è semplice!
Lavorare con artisti di ogni genere, sicuramente ti darà l’occasione di partecipare ad eventi, concerti, feste… ai nostri occhi il tuo lavoro sembra bellissimo, ma è sempre tutto oro ciò che luccica?

Bisogna essere aggiornati in tutti i campi. Sapere in che direzione andiamo e cosa succede intorno a noi sono aspetti importanti che ci rendono quello che siamo, che ci aiutano a prevedere le mosse da fare

Le tendenze non sono una cosa che mi interessa molto, ho sempre cercato di tirar fuori dai brand e dagli artisti la propria personalità, evitando così di etichettarli necessariamente in una determinata tendenza. E’ molto importante mantenere le radici e tirar fuori ciò che si è davvero, molto ma molto meno lo è annullare le differenze e omologarsi.

Così come ogni artista ha la propria storia, ogni brand ha le proprie radici: solo differenziandosi hanno possibilità di emergere davvero.

Lo ammetto, sì, il mio è un lavoro bellissimo, è divertente, mi permette tanto e, come tutti i lavori che si rispettino, ha dei contro che sono notevoli. Ma non per questo mi lamento

In genere è difficile comunicare o trasmettere la propria personalità, determinazione e carattere attraverso i social e curiosando sul tuo profilo instagram tu ci riesci benissimo. Scorrendo i tuoi post si evince chiaramente il tuo look, in particolare ciò che mi è saltato subito all’occhio è uno dei tuoi tatuaggi ‘mal che vada, andrà bene’, cosa rappresentano loro per te?

Instagram per me è un diario, ogni giorno pubblico appunti, idee, ricordi, ispirazioni, che altrimenti perderei perché sono molto molto disordinata (per il lavoro uso due agende cartacee e non so mai “dove ho scritto cosa” e  iCal dal telefono, che non è MAI sincronizzato con il computer), quindi è tutto messo lì così, come un flusso di coscienza, mi piace sapere che da tutto quel caos ne venga fuori un profilo ben chiaro di me

E i tatuaggi per me hanno la stessa “funzione”, il mio braccio sinistro è la mia Smemoranda del liceo, dove appunto tutto ciò che mi piace e che ho a cuore, come la frase di una canzone, il personaggio di un fumetto, il mio indirizzo di casa, disegnini che mi piacciono. Non amo la filosofia del tatuaggio fatto per ricordare chissà cosa.

“Mal che vada, andrà bene” nasce da un mantra che mi sono ripetuta in tanti momenti bui e difficili che ho avuto nella mia vita, ma una sera d’estate di qualche anno fa vedevo che prendeva sempre più forma, vedevo sempre meglio il suo senso. Le cose vanno come devono andare, per quanto noi possiamo impegnarci nel cambiare direzione o finale di una storia. E quel finale che è stato scelto per noi, nella maggior parte dei casi, è quello giusto. Ecco perché “andrà bene”, anche se, in prima battuta, ci sembra “male”.

Ho letto anche una serie di tuoi articoli, tra cui qualcuno per Vanity Fair. Ma ho anche potuto notare che il mondo della moda non è il tuo unico interesse! Su Spotify ogni settimana ci delizi con la tua “Santa radio” e le tue playlist settimanali hanno sempre più seguito. Come cerchi di trovare il giusto connubio tra moda e musica, e come quest’ultima influenza il tuo look e la tua creatività?

Ho lavorato per Vice, L’Officiel, Marieclaire, Vanity Fair, Glamour. La scrittura è sempre stata tra le mie passioni, ma ultimamente non mi motiva più come un tempo. Invece la musica è qualcosa che fa parte di me in maniera diversa, non è una passione, è proprio parte di me. Sono molto stonata, a livelli inverosimili, ho provato a suonare diversi strumenti, ma sempre con pessimi risultati, eppure schiacciare PLAY appena mi sveglio al mattino è la prima cosa che faccio dopo aver aperto gli occhi.

Santa Radio è un bel passatempo che mi fa rilassare da un anno circa: ogni settimana preparo delle playlist e le pubblico su Spotify oppure ospito amici musicisti a fare le loro playlist del cuore. Mi diverte tantissimo.

Sei nata in una piccola realtà come il Molise, come è stato catapultarsi in una grande metropoli come Milano, dove attualmente vivi?

Mi è sembrato un passaggio naturale, da quando ho messo piede qui non ho sentito cambiamenti, malinconia o altro. Era come se fosse un passaggio/arrivo ovvio nel mio cammino.

Da qualche mese Milano, come tutta l’Italia, è stata messa in ginocchio dall’arrivo di una pandemia, che ha trascinato nel baratro molte aziende tra cui quelle che riguardano il mondo della moda.
Fiere, grandi eventi e sfilate sono state rinviate. I negozi hanno abbassato le loro saracinesche.
Prada, Gucci, Armani, Burberry, Fendi, Dior ecc. hanno subito risposto all’ emergenza convertendo i loro macchinari per produrre mascherine antivirus e protezioni per gli operatori sanitari.
Insomma possiamo ben vedere come la moda sia stata in prima linea tra donazioni e progetti per fronteggiare l’ emergenza.
Per quanto riguarda il tuo lavoro, come si è adattato all’ emergenza? Come trascorri la tua quarantena?

In verità ho perso molti lavori, alcuni dei miei clienti hanno giustamente rinviato shooting e incontri, per cui non è stato facile. L’annullamento di fiere di settore, le chiusure dei negozi, il calo di vendite… sono tutte decisioni e conseguenze molto forti per noi tutti. Credo sia il minimo che industrie di settore convertano le proprie produzioni per sostenere la battaglia contro il Covid. Come cittadini siamo tutti chiamati a fare il possibile per arginare i danni e per risolvere la situazione quanto prima. E’ una questione di buon senso, non di bontà. La cosa triste è che ci sentiamo uniti solo di fronte a drammi epocali come questo. Perché non riusciamo a esserlo nel quotidiano? Quello che mi auguro è che questo dramma possa cambiare radicalmente le nostre abitudini, il nostro modo di fare e di operare. Lo dobbiamo a chi sta lavorando in prima linea, a chi è mancato e a chi verrà dopo di noi, fa parte del nostro senso civico.

Da te quindi, donna (e mamma) forte e intraprendente, possiamo solo rubare che delle chicche; cosa ti senti di consigliare a noi ragazzi con tantissimi sogni?

Di base sono una sognatrice anche io e i sogni non hanno età, ne’ sesso, anzi, restano una delle poche cose che ci accomunano tutti e che ci tengono vivi
Una cosa è certa: non c’è nessuna ricetta per arrivare dove si vuole arrivare.
Ma le idee chiare, il buon senso e un po’ di faccia tosta sicuramente sono di grande aiuto!

Parlare con Cristiana, anche se solo virtualmente, è stato come ricevere una dose spropositata di energia e di forza necessarie per rincorrere e raggiungere tutti i nostri sogni e trovare il nostro posto nel mondo. Per farlo al meglio dovremmo provare ogni strada che la vita ci metterà davanti, e anche se in un primo momento dovessimo ritenerla sbagliata, sarà un piccolo tassello che andrà a incastrarsi perfettamente insieme a quelli che formano la nostra esperienza. Prima o poi scopriremo la nostra vera identità senza fare scelte forzate e senza considerare il tempo come un nemico.
In ogni caso, come ci dice Cristiana, “mal che vada, andrà bene”.

di MARINA ERROI

Fashion designer & Product developer
Founder of Alésia
Lecturer at Istituto di Moda Burgo Malaysia

“E’ SEMPRE TUTTO PERFETTO.”

Tutti i nostri articoli fino a oggi hanno avuto una intro scritta da noi. Ma io ho conosciuto questa ragazza e credo che ogni sua parola sia un regalo per chi la ascolta, quindi vi lascerò avvicinarvi a lei con le sue stesse parole. Certe persone sono come i caleidoscopi, ci guardi dentro e vedi tanti colori e tante luci e pensi sia tutto lì ma appena provi a muoverle, i riflessi cambiano e mostrano un miliardo di altre meraviglie. Forse è a questo che aspiriamo noi di questo mondo, noi che abbiamo qualcosa da dire e vogliamo usare l’arte per farlo. Essere mutevoli, scintillanti, colorati, aria fresca e sempre nuova, bellezza e speranza.

PS.: Le tue parole sono un dono per noi, ma oggi é il tuo compleanno e speriamo che questo articolo sia anche un piccolo regalo per te, dalla tua Puglia alla Malesia. Buon compleanno Alésia!

“Alésia sono io, e io sono uno spirito libero, assolutamente. Ho cominciato a viaggiare sin da piccola perché la famiglia di mia mamma viveva e vive in parte in Germania. Ora come ora non è poi così speciale come cosa, ma allora si! Ero piccolina e mi ricordo le stelle di notte viste dall’auto di mio papà per raggiungere la Bavaria dalla Puglia.

Sarà pure retorica, ma credo che viaggiare sia l’università più bella, affascinate e completa. Nessuno mai ti insegnerà a guardare con gli occhi di chi viaggia e ad allenare una certa sensibilità al diverso. Oggi siamo fortunati perché abbiamo internet, ma gli odori, i sapori e certe altre cose nemmeno internet te le fa vivere!

Ho viaggiato tanto. Sono stata negli Stati Uniti, in Asia, in una bella quantità di posti d’Europa e fatto davvero tante cose…credo da che io mi ricordi. Si. Mi sono sempre buttata a capofitto nelle situazioni e dato fiducia sempre e comunque al genere umano. Sono una di quelle che viaggiano e fanno couchsurfing (fino a poco tempo fa in realtà) perché credo che sia un’opportunità. Sia che io sia stata ospitata, sia che fossi io a ospitare. Ho una marea di ricordi!

Come quella volta in cui a Istanbul (senza dire niente a mia madre che avrebbe urlato al maniaco!) sono stata ospitata dal “king dei mirtilli”, così si definiva Mehemet ma solo perché la sua famiglia era pioniera nella produzione di mirtilli! E’ stato il miglior padrone di casa di sempre e mi ha fatto conoscere Atthia, mia carissima amica londinese di origine libanese. Sempre in occasione di quel viaggio, un giorno stavo per urlare all’attentato quando mi sono imbattuta in certi tipi tutti vestiti uguali, di nero, con una fascia intorno alla testa e con degli angiomi sul capo rasato, che si aggiravano in aeroporto a Istanbul. Confesso di aver pensato che facessero parte di una setta islamica di qualche tipo e invece no… erano solo un gruppo di uomini che tornavano dal loro trapianto di capelli!

O come quella volta in cui sono stata ospite di Vivienne a Parigi. Vivienne è una donna sessantenne, figlia dei fiori che viveva il suo flower power d’altri tempi ai giorni d’oggi e mi ha fatto viaggiare nel suo mondo, tra i suoi libri, le sue amiche e i suoi posti e tra le sue memorie dei primi Burning Man ad esempio! La sua casa e la sua toilette, vi assicuro, erano molto meglio di qualsiasi set fotografico…! Tra l’altro, è stato allora che ho scoperto la Ville d’Alésia e la rue d’Alésia.

Per non parlare della volta in cui sono fuggita a NY solo per una consegna durata 24h per il marchio per cui lavoravo con varie peripezie nel mezzo.

O ancora il mio viaggio nel Myanmar da sola e senza programmi che mi ha fatto ritrovare invitata ad un matrimonio di una ragazza del posto che avevo appena conosciuto!

Mi è capitato di lavarmi con l’acqua piovana e dormire per terra coi gechi che mi passavano spensierati di fianco. Ho mangiato peperoncino per colazione alle sei del mattino e fatto rituali di bellezza tipici delle tribù del posto.

Una volta mi sono ritrovata, io e il mio terrore dell’acqua profonda, anche su una barchetta di fortuna nel mezzo di un lago in piena tempesta senza vedere terra.

Anche qui in Malesia, mi sono già completamente immersa nelle tradizioni locali, ho fatto da damigella al matrimonio cinese della mia collaboratrice!

Ne potrei raccontare davvero tante altre ma quello che posso dire è che tutto questo, ogni singola esperienza mi ha sempre portata allo step successivo.

In un periodo in cui le difficoltà erano di gran lunga maggiori delle cose felici che mi accadevano, proprio nel making di Alésia tra l’altro, mi sono fermata a pensare, mi sono guardata indietro, ho guardato il mio presente ed è proprio vero: le cose accadono a chi vive, non a chi resta fermo nei suoi pensieri e tra le pareti della sua comfort zone.

Nella vita mi sono ritrovata ad affrontare situazioni difficili di ogni tipo e molto spesso con le mie sole forze. La famiglia, gli affetti, il lavoro e altro. La vita insomma. Ho pensato a tutte le volte in cui ero arrabbiata perché pensavo fosse davvero ingiusta. Ma…insomma, immaginate di essere su un carretto: il carretto si rompe e che si fa? Devo arrivare alla meta, è importante. Prendo la prima cosa alternativa che passa. Immaginate che qualsiasi cosa voi prendiate si rompa e dobbiate sempre reinventarvi e trovare altro! La cosa stupenda è che mentre fai e inventi altro, ti imbatti in una varietà incredibile di cose, emozioni e persone. E’ allora che pensi: “Cavolo, ma se non fosse successo questo non avrei fatto quest’altro”. E’ sempre tutto perfetto. Sono convinta che anche le cose brutte abbiano sempre in serbo una lezione o un gettone per il prossimo step.

Anche ora che Alésia aveva in serbo tanti bei progetti, come tutti mi ritrovo a dover cancellare e nei limiti del possibile rimandare tante cose, ma questo comporta che ho più tempo per fare altro, sicuramente anche molto meno budget per fare delle cose…ma basta cogliere tutto sempre come un’opportunità e lo vedrete che è “sempre tutto perfetto”, che la vita è un grande disegno.

Questo periodo, in cui è davvero difficile non pensare a tutte le difficoltà perché ne siamo davvero circondati e le respiriamo in tutti i sensi, prendetelo e vedetelo come un’opportunità. Lo dice il signor Armani e lo dice la storia, ragazzi: la crisi è sempre un’opportunità. É paradossalmente ciò che di meglio può capitare.

E non trovate che, in un mondo che viaggiava tanto e troppo veloce, in cui tutto stava andando distrutto, questo possa davvero essere un’opportunità di rallentare, dare vantaggio alla terra intesa come pianeta?

Non lasciate che siano gli avvenimenti a buttarvi giù. Le cose accadono. Ci sarà un futuro e per una volta, è su quello che dovremmo essere proiettati. La bella notizia è che la vita ci sta dando tempo per avvantaggiarci.

Direi…perfetto, no?”

Alessia, so che sei originaria di Manduria, in Puglia, ma in questo momento ti trovi a Kuala Lampur, dove insegni Figurino, Modellismo e Sartoria per la sede malesiana dell’Istituto di Moda Burgo. Ma come ci sei finita lì?

Chiedilo alla tua insegnante Sara come ci sono finita! Mi ha introdotto lei in realtà all’Istituto di Moda Burgo! Poi si, si è creato subito un bel feeling tra me e questa bellissima Accademia, quindi sono andata avanti per conto mio ed eccomi qua! Vivevo un momento un pò particolare della mia vita, sentivo il bisogno di staccarmi da tutto e catapultarmi in un mondo e una cultura totalmente diversi! Al momento del colloquio chiesi se ci fossero opportunità lavorative all’estero, mi sono state proposte più destinazioni e non ci ho pensato due volte, un momento ero su quella sedia a Milano e il momento dopo ero in viaggio verso un posto nuovo, di cui non conoscevo assolutamente la lingua. Ero già stata nel sud-est asiatico in passato, in vacanza, nel Myanmar per la precisione e me ne ero assolutamente innamorata.  In quel momento avevo bisogno di quello, avevo bisogno di cambiamento, di ispirazione nuova, quindi ho scelto di partire.

E’ stato un cambiamento importante e devo dire che qui mi sono anche un pò riscoperta. Questa è stata la mia prima esperienza in assoluto come insegnante e ho capito che mi piace quello che faccio, mi piace tantissimo. Trasmettere la mia conoscenza, tutto ciò che sono le mie skills, tutto quello che posso alle mie alunne, mi da molta soddisfazione, quindi ad oggi, nonostante il momento critico che stiamo vivendo, penso che non avrei potuto fare scelta migliore!

Vengo da un sacco di esperienza lavorative, da una scuola di moda, insomma, c’è stato tutto un percorso ovviamente prima di arrivare all’Istituto di Moda Burgo. Io ho un mio brand (swimwear ma non solo!) che si chiama Alésia e nell’ultimo periodo della mia vita questo era al centro di tutto per me, ero dedita solo a quello. Poi beh, creare un brand dal nulla, soprattutto senza sostegno economico di terzi, facendo leva solo sulle proprie forze non è mica un gioco da ragazzi, bisogna anche essere concreti e a un certo punto avevo bisogno di un secondo lavoro che mi permettesse di poter investire su me stessa. Ho iniziato a guardarmi intorno, a pensare a cosa avrei potuto fare. Non volevo tornare a lavorare per la moda direttamente, lo avevo fatto fino a poco tempo prima e avevo notato che mi occupava praticamente tutto il tempo che avevo a disposizione. Quindi ho deciso di cercare una via secondaria, qualcosa che mi lasciasse del tempo per lavorare ad Alésia.

Ho avuto modo di leggere il tuo curriculum e varie interviste su di te presenti sul web, ho visto la pagina del tuo brand Alésia e devo essere sincero, sono davvero colpito da tutte le cose che hai già fatto nella tua vita! Nel tuo percorso compaiono anche molti nomi di grandi aziende della moda.. Ma raccontalo tu a i nostri lettori! Chi sei?

Questa è una domandona! Beh, un pò mi ci perdo quando inizio a raccontare di me perché in effetti ho fatto tante cose, me ne rendo conto quando qualcuno mi fa questa domanda perché di solito il mio interlocutore mi ferma per chiedermi quanti anni ho! In realtà è che ho iniziato a lavorare molto presto. Ma cominciamo dall’inizio: mi chiamo Alessia, sono nata in una famiglia modesta, a Manduria, in Puglia, un contesto piccolo e semplice, bellissimo, ma dove non c’erano questi grandi stimoli alla creatività. Quindi già da piccola ho iniziato ad esprimere ai miei genitori il desiderio di andare ad un concerto, a una mostra d’ arte, a un teatro e così via. Mio papà mi portava in giro e io, piena com’ero di questa voglia di scoprire l’arte in tutte le sue sfaccettature, mi sentivo un pò un pesce fuor d’acqua.

A quattro anni disegnavo già.. disegnavo principesse Disney con i loro vari cambi d’abito!

A 6 anni ho chiesto di avere una macchina da cucire. Io mi aspettavo una di quelle macchinette per bambini, invece ne ricevetti una vera e propria, una da grandi, da mia zia, che mi diceva che l’avrei usata con l’assistenza di mia mamma.. peccato che mia mamma a malapena sapesse rammendare o attaccare un bottone! Quindi a 6 anni ho iniziato a cucire totalmente da sola, senza che nessuno mi insegnasse nulla, senza che nessuno mi stesse dietro, e diciamo che questo è un po il mood della mia vita! Nel senso che ho tanto, tanto supporto alle mie spalle, ma poi mi piace il mio voler essere indipendente, fare da sola. Già da piccola conoscevo benissimo il percorso che avrei voluto fare, che poi è stato proprio quello che ho fatto, ovvero frequentare un istituto professionale, con indirizzo abbigliamento e moda e poi laurearmi nello stesso settore. Mi sono laureata all’università di Urbino, e lì i miei professori erano tutti professionisti. Per esempio, le mie lezioni di design di accessori erano tenute dalla designer di Calvin Klein, e così tanti altri. Appena laureata mi sono trasferita a Milano e una volta lì ho pensato tra me e me: “Bene Alessia, che facciamo ora?”. Non sapevo da dove cominciare! Il primissimo lavoro che feci fu la commessa da Zara. Ho fatto questo per sei mesi, avevo bisogno di un’entrata per sostenermi ovviamente ma sapevo che non era quello che puntavo a fare, quindi nel frattempo mi diedi subito da fare. In contemporanea al mio lavoro frequentai un corso, durante il quale entrai in contatto con tantissime persone, una tra queste era una PR di Calvin Klein! Altre persone tra quelle che conobbi a quel corso, sapendo della mia intenzione di creare un mio brand (si, ci pensavo già allora!) mi consigliarono un azienda che produceva e produce tutt’ora campionario. Ci volevano tanti soldi e io non ero ancora nelle condizioni di potermi permettere niente del genere ma non avevo mica intenzione di fermarmi, avrei trovato un modo, un passo alla volta. Mi rivolsi a un’agenzia e ottenni un lavoro da vestiarista. Da li, da quel momento, da quel primo lavoretto è iniziata a una lunga serie di esperienze lavorative. Ho cominciato come vestiarista e mi sono ritrovata a fare l’aiuto stylist da Alexander McQueen, da lì mi sono ritrovata a volare tra Milano e Parigi, già da subito, perché durante le campagne vendita, durante la sfilata, c’era bisogno di personale. Nel mentre ottenni un lavoro da Emporio Armani, sempre tramite la stessa agenzia. Si trattava sempre di piccoli lavoretti, di poco conto, ma si rivelavano spesso porticine secondarie da cui poi riuscivo ad accedere a incarichi sempre migliori!

Da Emporio Armani ho lavorato per due anni e mezzo, gestivo le vestiariste, ero tra l’ufficio, il merchandising, facevo un bel pò di cose, ero multitasking ecco! Però tutto il mio lavoro si svolgeva sempre tramite un’agenzia, con tutto quello che questo comporta. C’era una ragazza che lavorava per me in quel momento, una vestiarista. Una volta, davvero per caso, ci ritrovammo a chiacchierare e scoprimmo di avere una conoscenza in comune, una di quelle persone che avevo conosciuto al corso mentre lavoravo come commessa. Questa persona mi consigliò un lavoro come assistente della responsabile per Calvin Klein e, ovviamente, io che in un punto non riesco a starci ferma per troppo tempo, ho preso al volo l’occasione. Una volta lì scoprì che il lavoro non consisteva proprio in quello che mi era stato detto ma in qualcosa di più, e questo mi piaceva! Ero il tramite tra l’Ufficio Prodotto di Milano e l’Ufficio Stile di New York, ero nel mezzo e coordinavo un pò tutto.

Prima di Calvin Klein, in contemporanea al mio lavoro da Emporio Armani (ve l’ho detto che sono multitasking!), iniziai a lavorare per Marni. Ero un supporto all’Ufficio Stile durante le preparazione della sfilata, quindi anche lì ebbi modo di entrare in contatto con personaggi assurdi, mi ritrovavo durante le sfilate ad avere Anna Wintour accanto a me,  che mi chiedeva degli abiti, che curiosava nel backstage, per non parlare di altri personaggi… Comunque sia, ho esplorato il mondo della moda, andando dallo showroom alla sfilata, allo stilista. Ho avuto esperienza in diversi ambiti, seppur sempre come supporto oppure come assistente. Non ho mai ricoperto ruoli di responsabilità diciamo, sono sempre stata un gradino sotto a svolgere il lavoro, a osservare, a imparare, a conoscere persone del settore e a fare esperienza.

La mia prima grande responsabilità è stata per l’Ufficio Stile di Alessandro dell’Acqua. A quel punto della mia vita io ero a Milano, e c’era una persona che già da parecchi anni mi offriva la possibilità di lavorare per la sua azienda giù in Puglia. In quel momento io mi ero un pò, come dire, stancata del mio lavoro, non perché non fosse bello ma perché proprio non ce la faccio a restare ferma, ho bisogno di muovermi sempre, di fare quel passo in più, imparare, migliorarmi, fare cose nuove, trovare nuovi stimoli. Ero ad un bivio: volevo prendere una decisione e seguirla ma continuavo ad avere quell’idea in mente, la voglia di avere un mio brand, una mia linea. In quasi dieci anni a Milano, in tanti ormai sapevano della mia passione per lo swimwear e, lavorando sempre a contatto con tanta gente, dalle venditrici alle modelle, in tante mi chiedevano di confezionare costumi da bagno per loro! Man mano che producevo costumi da bagno, così, non esattamente come lavoro, continuavo ad imparare, a diventare più precisa, più veloce e la mia passione cresceva. Quando si arriva ad un certo punto, dopo tanta esperienza e gavetta, dopo aver avuto modo di capire e carpire ogni meccanismo e segreto del settore, come funziona davvero, a quel punto puoi decidere che direzione prendere, perché hai un bagaglio di conoscenze e competenze sufficienti a buttarti. Quel giorno ho iniziato a fare i conti con le dita: questo lo so fare, di questo ne capisco un pochino, questo lo so bene, mi mancava l’ esperienza nel prodotto. Mi dicevo. “Ma come faccio a contattare un’azienda per chiederle di farmi un campionario?”. Mi mancava proprio la parte pratica, passare dal disegno a un’elaborazione, come dire, industriale. Per questo motivo ho accettato, mio malgrado (perché amavo e amo Milano), di tornare giù in Puglia, per aggiungere quel tassello mancante al mio bagaglio di conoscenze.

Ho iniziato a lavorare come responsabile dell’Ufficio Stile e Prodotto di Alessandro Dell’Acqua Donna, poi Uomo, poi ancora altre linee finchè non ho deciso che era abbastanza e ho deciso di fermarmi. Avevo capito che era arrivato il momento di mettermi a lavorare su Alésia. Grazie a tutta la mole di lavoro di cui mi ero praticamente ingozzata fino ad allora, mi sono potuta permettere di stare un periodo di tempo ferma, di dedicarmi completamente ad Alésia. Ho visitato un sacco di fiere, andavo puntualmente e Parigi, dove ci sono le più importanti, di tessuti, costumi da bagno, lingerie, eccetera, e ho cercato di prendere tutto ciò che mi serviva.

Quello che dico sempre anche ai miei studenti è che bisogna essere delle spugne. Anche quando vi sembra di sentire che qualcosa non vi interessa, c’è sempre qualcosa che torna utile. E’ quello che ho sempre fatto io e mi è stato non utile ma utilissimo. Grazie a questo atteggiamento, questa apertura mentale nei confronti di tutto quello che la vita mi poneva davanti, sono riuscita a metter su il mio brand. Certo, non è stato facile, ma ce l’ho fatta, sono arrivata ad Alésia.

Il resto lo sai già, sono partita e ora vivo e lavoro in Malesia, insegno design, modellistica e sartoria all’Istituto di Moda Burgo e porto avanti il mio brand!

Hai lavorato per diversi marchi, negli uffici prodotto ma anche come costumista per alcuni programmi TV!

Ho saltato questa parte della mia vita lavorativa senza accorgermene, sono stata fin troppo sintetica, vedi? Ho dimenticato di parlarti dei miei lavori da costumista. Il mio primissimo lo feci quasi appena arrivata a Milano. Quando frequentavo l’Università di Urbino era in corso il cinquecentenario dell’istituto e fu messo su uno spettacolo teatrale con la regia di Ronconi, ai tempi direttore artistico del Piccolo Teatro di Milano. Ebbi quindi modo di lavorare con due costumisti davvero in gamba, di cui uno, mio grande amico, lavora tutt’ora al Piccolo Teatro. Entrambi mi dissero senza tanti giri di parole che una volta che avessi finito il mio percorso di studi, gli avrebbe fatto piacere avermi come assistente nei loro lavori e, beh, così è stato! Finita l’Università, una volta a Milano, in contemporanea a tutti i miei altri lavori, ho realizzato dei costumi per degli spot televisivi di Lancia, Chrysler, e tanti altri. E’ stato molto divertente perché è un mondo strano, tutto funziona in modo diverso, ci sono tante cose che sotto i riflettori non si vedono, e tante altre che si vedono, c’è proprio una percezione diversa del vestito, dell’accessorio, del capo.

Appena decisi di lasciare Alessandro dell’Acqua e dedicarmi ad Alésia (svolgendo sempre in contemporanea lavori per Marni, altri lavori da costumista, ecc.), mi contattò una stylist che avevo conosciuto lavorando come costumista per quegli spot televisivi, e mi propose Zelig! Il programma realizzava a quei tempi delle puntate speciali in occasione del Ventennio e fu un’esperienza incredibile lavorarci! Anche in quell’occasione ho avuto modo di imparare e vedere cose diverse.

Non c’è stato un lavoro tra tutti quelli che ho svolto che mi abbia aiutato di più o di meno. Tutto quello che facciamo in generale, io lo considero un mattoncino per costruire altro, il nostro futuro. Quindi assolutamente non ce n’è uno in particolare per cui io possa dirti. “Fai quello e sei arrivato!”. Io avevo bisogno di riuscire a fare di tutto un pò perché sono fatta cosi, e anche perché non avevo la possibilità di chiedere aiuto ad altre persone, sia a livello economico sia materiale. Avendo vissuto tanti anni a Milano sapevo muovermi di più a lì che non in Puglia, dove invece avevo qualche difficoltà. Dovevo fare da sola, e per riuscirci avevo bisogno di sapere, di fare esperienza, imparare.

Io dovrei essere un intervistatore formale e tutto il resto, ma mi permetto comunque solo di dirti che, anche se mi sono già documentato in parte sulla tua vita, ascoltarti raccontare tutto, davvero mi fa sognare!

Mi fa piacere! Si deve sempre sognare, Federico! Sognare è la maniera che abbiamo di viaggiare anche dove magari non possiamo o riusciamo ad arrivare, ti dà la carica che ti serve a realizzare… e mentre fai e sogni finisci per aver creato davvero quello che volevi! Succede un pò così!Io tante volte non mi rendo nemmeno conto di quello che ho fatto. Mi perdevo dentro tante cose, sognavo in grande e mentre sognavo ne facevo di ogni. E un giorno mi sono fermata e mi sono ritrovata con una vita lavorativa lunghissima e un brand. Ho sudato davvero tanto… quella dei sogni non è assolutamente una nuvoletta su chi ci si siede e si viaggia. Anzi, magari ti ritrovi pure a lavare i piatti per poter pagare il biglietto sulla nuvola, però è così, io ho dovuto sempre contare solo sulle mie forze. Vengo da una famiglia modesta e i miei genitori mi hanno aiutato come hanno potuto, con tutto il loro cuore e un supporto morale incredibile, però non bastava a pagare un affitto a Milano o i tessuti per Alésia. Ma volere è potere! E ti assicuro che ci si riesce. Lo posso dire io che l’ho fatto e lo sto facendo!


A proposito di Alésia, come nasce e come hai fatto a passare dall’idea al fatto concreto?

Quando vivevo a Milano questa passione per i costumi da bagno era già bella e fatta, mi sono avvicinata al mondo swimwear e me ne sono innamorata. A Milano cucivo costumi da bagno. Ricordo che ne avevo smontato uno per capire come fosse e avevo provato a farne altri finché non era venuta fuori una cosa accettabile! A quel punto ne cucivo tanti per chi me ne chiedeva.

Alésia è nata quando mi sono trasferita da Milano alla Puglia. Quel trasferimento è stato un bel trauma, mi sono in un certo senso sentita sradicata da Milano che era il mio porto sicuro, mi ci ero talmente integrata bene che mai avrei pensato di tornare in Puglia, però l’ho fatto, per Alésia, perché per realizzare il mio marchio mi mancava questa esperienza lavorativa del prodotto, e giù avevo questa opportunità. Quando sono scesa giù, puoi immaginare, non ho passato proprio dei periodi bellissimi, perché passare da Milano alla Puglia nonostante la Puglia sia casa mia… mi sono un po’ rifugiata nel mare, ci andavo a passeggiare, passare del tempo, cercare anche ispirazione. Avevo solo quello quindi non è un caso che il mio brand parli proprio del mare e ci abbia a che fare. Poi, in quel periodo conobbi anche il mio ex ragazzo, che era un appassionato di surf e quindi mi sono avvicinata anche un pò a quella filosofia. Avevo bisogno di aria, mare, leggerezza ed evasione e mi avvicinai anche allo yoga per questo. Diciamo che Alésia è un mix di tutto quello che ho vissuto, si.

Quando mi sono trasferita, ho iniziato a pensare a come fare. Avevo il primo prototipo, il primo costume da bagno che avevo fatto per me, che mi piaceva tantissimo, e che avevo deciso che avrebbe fatto parte della collezione di Alésia, qualora fossi riuscita a crearla. Allora mi dissi: “Va bene, comincio da questo prototipo e cerco di fare una piccola collezione”. Innanzitutto, ovviamente, la disegnai, poi provai a realizzarla, ma non interamente. Cercai una sarta che mi aiutasse nel fare i cartamodelli e realizzare i prototipi, senza sapere ancora bene chi poi me li avrebbe fatti. Avevo conosciuto quella sarta lavorando da Alessandro Dell’ Acqua, mi aveva detto di avere esperienza nel realizzare costumi da bagno e io le avevo risposto che quando avrei concretizzato questo progetto di Alésia sarei andata da lei per chiederle aiuto. Purtroppo il lavoro non venne fuori come avrei voluto. Capita anche questo. Dovetti accettare il fatto di aver sprecato soldi e a quel punto mi rimboccai le maniche e feci tutto completamente da me. Nel mentre avevo chiesto a un mio amico che viveva in Puglia e ci aveva lavorato un sacco come designer, se avesse da consigliarmi dei laboratori che fossero disposti ad ascoltarmi. Non tutti i laboratori purtroppo hanno il tempo materiale di considerare un giovane designer e non c’è certo da fargliene una colpa perché considerare un giovane designer equivale a realizzare a mano praticamente quasi tutto, capo per capo, perché le quantità sono ridotte rispetto ai grandi marchi e non si riesce per questo ad ottimizzare granché la produzione. Questo mio amico mi aveva quindi consigliato una signora che aveva un piccolo laboratorio, una signora gentilissima ma impegnatissima, che per lavoro si occupava della produzione vera e propria, ricevendo i cartamodelli da realizzare senza metterci mano. Quindi nulla, ho fatto tutto da me, disegni, cartamodelli, prototipi. Una volta che avevo tutto, sono ritornata da lei, dopo aver visitato un sacco di fiere e aver trovato questa azienda che riusciva a star dietro a giovani designer. Per cui, ho ordinato il mio primo carico di tessuti, questa signora mi ha aiutata rifacendo i prototipi, li abbiamo sdifettati insieme e con mia grande sorpresa devo dire di non averci dovuto mettere neanche chissà che mano perché andavano già bene così, ero stata brava! A quel punto questa signora mi disse che potevamo partire con la produzione. Ho visto Alèsia prendere forma pian piano, dall’idea, all’ispirazione, alla collezione, alla creazione dei miei prototipi, alla scelta della persona e del laboratorio che avrebbero realizzato tutto.

Ora, io non so quali siano le tue aspirazioni ma, se una è quella di creare un tuo marchio, una tua collezione, vedrai che prima di trovare la persona giusta, o il laboratorio giusto, potresti incontrare delle difficoltà piccole o grandi che siano. Ecco, in quel caso non ti abbattere! Fa parte del gioco! Si prova, e quello che va bene poi si porta avanti!

Tornando ad Alésia, una volta impostata la produzione mi sono rivolta ad un grafico che mi aiutasse a raccontare la storia di Alésia. Gli ho spiegato quello che volevo comunicare e lui è riuscito a tradurre un pò il tutto nel mio marchio, nel mio logo. Da lì è nata la pagina Instagram di Alésia, poi il sito web e poi piano piano tutto il resto,. Restava una cosa da fare a quel punto: farsi conoscere. E riguardo questo torniamo a quello che ti dicevo del lavoro, dei lavoretti, della gavetta: non si deve buttar mai via niente. Fai tutto quello che ruota attorno al perno che ti interessa raggiungere perché se ci ruoti attorno ti ci avvicini sempre di più. Capita anche che per fare esperienza te ne allontani per un pò ma tieni a mente che questo è un settore in cui non ti puoi permettere di far passare del tempo. Fai tutto, anche quando devi farti conoscere, fatti conoscere da tutti, anche dalla tua amica, dalla vicina di casa, perché tutti insieme sono i mattoni che insieme costruiscono, come per il tuo lavoro, il tuo futuro e in questo caso il tuo brand, o la tua collezione, o quello che sarà.Prendi tutte le occasioni che ti capitano come lezioni da imparare, sii affamato di tutto, anche se ti sembra che non centri, anche solo se ti sembra interessante, anche se si tratta del fruttivendolo che vicino casa ha esposto le mele, le pere e le banane in una maniera bellissima, pensa “ah che bello!”. Non pensare mai “ah ma è frutta, a me non serve perché faccio vestiti”, ma che ne sai! I colori, le forme di tutto quello che ti sta intorno, tutto può darti un’idea. Mai, mai, mai sottovalutare niente, e prendere tutto, assolutamente!

So che il tuo brand Alésia è molto attento alla sfera green, qual’è la filosofia dietro alle tue creazioni e in che materiale sono fatti i tuoi prodotti? Credi che il mercato sia pronto a questo tipo di atteggiamento o trovi che ci sia ancora un pò di diffidenza verso i materiali ecologici e il loro utilizzo, la loro necessità?

Si, Alésia è attenta alla sfera green, è uno dei principi fondamentali della filosofia di Alésia, per me è proprio doveroso se non obbligatorio, nei confronti del posto che ci ospita, la Terra. Per me la moda, l’arte, il design, non sono attuali se non tengono in considerazione questo lato, insomma basta vedere il momento storico in cui ci ritroviamo, anche questo è frutto del cambiamento climatico e di tante altre cose di cui viviamo le conseguenze. Credo veramente che sia qualcosa da tenere in considerazione altrimenti si è fuori dal mondo. Fare moda, design, arte, fondamentalmente è comunicare, parlare di attualità e se non siamo attuali finiamo per vivere in un mondo non reale. Se hai notato, da circa due anni, da noi anche un anno, c’è questa tendenza, quasi tutti vanno in questa direzione, verso il biologico. Abbiamo iniziato con gli alimenti biologici e siamo arrivati agli oggetti eco-sostenibili, ti basti anche pensare ai sacchetti, no? Sostituiti in buona parte dei supermercati.

Credo che la gente però non abbia ancora veramente capito la questione. Per molti è quasi solo una moda. C’è anche chi dice si al bio, si all’eco-sostenibile,  ma solo per fare rumore, poi bisogna vedere quanto veramente c’è di sostenibile, di consapevole e di eco in tutto ciò. Quindi non sono convintissima che stiamo andando proprio tutti nella direzione giusta ancora, però sono fiduciosa che prima o poi tutti capiranno.

Questa è uno degli aspetti fondamentali di Alésia. Io dico sempre che non c’è niente di più sostenibile che scegliere bene i nostri abiti, quello che ci mettiamo addosso, perché è tutta una catena, una serie di cose. Se tu scegli bene il tuo abito avrai bisogno di meno abiti, se il tessuto è il migliore il tuo abito durerà più a lungo.

Mi piace il fatto di esaltare e sostenere la tradizione della mia terra, a cui devo dire grazie perché quando sono tornata mi ha accolta ed eravamo io, lei, il mio mare e nessun altro. Mi ha aiutato a superare il periodo difficile in cui ero, a viverlo, per cui le rendo omaggio portando avanti un discorso di artigianalità. Mi piace il fatto che  chi si occupa del mio brand siano due sorelle salentine, e mi piace che Alésia abbia come filosofia e spirito quello del surf e la voglia di esprimere tutto attraverso il corpo, la respirazione e lo yoga. Alésia, si ispira a tutto questo.

I miei prodotti sono fatti in una lycra che viene prodotta con un processo eco-sostenibile appunto, in parte sono anche materiali riciclati, tutto assolutamente certificato perché mi piace dare una garanzia a chi compra le mie cose. Io spero veramente che le persone si sensibilizzino e comincino e a fare attenzione ai tessuti e alla maniera in cui i nostri capi sono fatti, gli diano più valore, ne comprino di meno, per aiutare il posto meraviglioso che ci ospita.

Quanto, secondo te, è importante la personalità di ognuno di noi, le nostre forze, e le nostre debolezze, le nostre vittorie e i nostri fallimenti, nel processo creativo? Molti pensano che non ci sia arte senza un vissuto, e le nostre insegnanti ci ripetono sempre che dobbiamo capire chi siamo e cosa vogliamo dire, individuare la nostra identità e comunicarla al mondo attraverso la nostre creazioni, che dobbiamo prendere tutto quello che vediamo, che sentiamo e che viviamo, bello, brutto che sia, e trasformarlo in arte. Credi che le tue esperienze personali ti abbiano aiutata a diventare quello che sei, a realizzare quello che hai oggi?

Bella domanda! Ovviamente si, nel senso che tutta la mia vita, sia personale, sia lavorativa, ha fatto si che io diventassi quella che sono oggi, ha fatto si che io oggi viva in Malesia, a insegnare fashion design, pattern making. Noi che operiamo in questo settore, in questo mondo di creativi, facciamo comunicazione, ecco, partiamo da questo. La moda, come l’arte, come la musica, è comunicazione, quindi se comunichiamo qualcosa ci siamo, c’è l’abbiamo fatta, non importa che tu abbia più esperienza o meno, tu riuscirai sempre nel momento in cui stai comunicando qualcosa. Quello che ti serve è fare esperienza, capire come comunicare al meglio. Per questo serve la scuola, servono le esperienze lavorative, serve tutto quello che si  incontra sulla strada.

Io mi ritrovo qui in Malesia proprio perché vivevo un momento un pò particolare della mia vita, quindi pensa in cosa quel periodo se vogliamo “negativo” si è trasformato: la mia vita è stata stravolta. Quando mi sono trasferita in Puglia ho vissuto quel cambiamento come uno “strappo” quasi doloroso, non è stato un momento idilliaco ma di lì è nata Alésia. Una situazione negativa per me, ha addirittura generato un concetto e poi un brand! Quindi assolutamente si, le mie esperienze personali mi hanno aiutato, ti ho già parlato di mattoncini, quindi confermo e ti ribadisco il fatto che assolutamente non avrei potuto essere chi sono oggi senza tutto quello che ho vissuto prima, senza i miei fallimenti e senza i miei momenti no, senza tutto ciò, perché in quei momenti, tutto ciò che vivi ti fa creare qualcosa. Può essere che durante il giorno no io mi sia arrabbiata e abbia detto: “No, quest’idea che avevo mi fa schifo”, e l’ho tagliata. Poi, il giorno dopo che ero in un mood migliore, sono andata a riprendere in mano quell’idea che avevo tagliato e ho pensato: “Ah, però da questo taglio posso far venire fuori quest’altra cosa..”. Quindi la mia risposta è si, assolutamente si, prendi tutto, trasforma tutto, esprimilo! Se io oggi sento di dover tagliare quel costume che mi fa veramente schifo e tu senti di dover scarabocchiare il tuo disegno perché ti fa schifo, oggi ce l’abbiamo col mondo e usiamo un colore cupo. Beh, magari il giorno dopo quel colore cupo ci da l’idea, l’ispirazione, per creare una collezione intera!

Se tu non parli di te, anche del tuo giorno no, le persone non potranno mai appassionarsi a te, non potranno mai conoscerti veramente, e sopratutto, non riuscirai mai a dare un’identità a quello che fai, quindi se mi chiedi quanto sia importante, ti dico è fondamentale nel processo creativo tradurre tutto ciò che viviamo, che sentiamo, è fondamentale! Non perderti.

Quello che noto, tra voi ragazzi di oggi è che avete un pò fretta di crescere, fretta di conoscervi, di conoscere voi stessi, fretta di dire qualcosa al mondo, fretta di sapere già cosa dovete fare e di farlo anche. Invece no, ragazzi: prendetevi tutto il tempo, vivete semplicemente, non adagiandovi. Vivete a pieno, al cento per cento, perché quello che siete lo scoprite solo strada facendo, nessuno lo scopre prima. Non lo scoprirete con una delusione né con un traguardo, non serve quello. Servono la strada che fate, il percorso, le esperienze e il vissuto, lo scoprirete barcamenandovi in tutto quello che è la vita. Questo è uno dei mestieri più belli, fare moda nel senso più ampio. Che siate designer, modellisti, quello che volete, avete l’opportunità di trasformare voi stessi e quello che siete in un prodotto che lo comunichi.

Perciò prendi tutto quello che trovi strada facendo Federico, vivilo, esprimilo e solo così poi potrai arrivare anche tu a dire oggi sono questo, oggi sono Federico e Federico è questa persona! Se non lo fai, non lo scoprirai mai.

di Federico Durante

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Intervista a Marco Candido e Annachiara Lini

Due anime creative nel cuore del Salento: 160 161 anni di attività per Candido 1859

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Dal 1859 lo storico negozio di Maglie “Candido”, situato in piazza Aldo Moro, è stato gestito da ben cinque generazioni e rappresenta un’azienda leader tra i fashion store del Salento e dell’intera Puglia. Tutto cominciò ben 161 anni fa, quando Clemente Candido aprì un negozio che riforniva i sarti di tutto l’occorrente per confezionare abiti da uomo e da donna. In un’epoca in cui esistevano solo piccole botteghe, Candido era già uno dei più grandi negozi d’Italia. Con la nascita degli abiti preconfezionati, il negozio si è adattato alle esigenze dei suoi clienti arrivando a ricoprire una superficie di 2000 mq e a vestire oggi tutta la famiglia, dal neonato all’adulto.

Nel corso del tempo ogni generazione ha apportato il proprio contributo, le proprie idee e le proprie intuizioni per migliorare il negozio, mantenendo allo stesso tempo l’identità e l’impronta della famiglia. Ed è proprio l’inconfondibile e unica brand identity del negozio ciò su cui i proprietari Marco ed Annachiara.

Siamo tutti ancora in quarantena forzata e chissà per quanto ancora lo saremo, noi speriamo che tutto torni alla normalità (con un bel pò di consapevolezza in più per tutti, su chi siamo, cosa facciamo per peggiorare o migliorare il pianeta su cui viviamo!), quindi anche quest’intervista la svolgeremo a distanza ma con il solito entusiasmo! Conosciamoli insieme!

Ciao Marco, ciao Annachiara! Innanzitutto ci teniamo a ringraziarvi per la vostra disponibilità e per il tempo che ci avete concesso. Presentatevi ai nostri lettori!

Annachiara: Ciao, io sono Annachiara e insieme a mio marito Marco gestisco un multibrand store che si chiama Candido 1859. Si trova a Maglie, in provincia di Lecce, ed è un negozio che l’anno scorso ha compiuto 160 anni di attività.

Marco, nel 1989 hai preso in mano le redini dell’azienda affiancato quasi subito da tua moglie Annachiara. Portare avanti un’azienda storica è un grande privilegio, ma comporta anche responsabilità non indifferenti. Raccontaci un po’ come hai cominciato. Sei sempre stato convinto della scelta di rilevare l’azienda di famiglia?

Marco: No. Da ragazzo avevo altri interessi ed altre ambizioni. La responsabilità di portare avanti un’azienda che era già alla quarta generazione, da solo, essendo figlio unico, la mole di lavoro e responsabilità che fin da piccolo avevo visto ricadere sulle spalle di mio padre mi spaventavano non poco. Anche la scelta della facoltà di Economia e Commercio la subii e non mi appassionò. Una volta che, su suggerimento di mio padre, decisi di abbandonare il percorso universitario ed iniziai la gavetta presso aziende esterne della filiera della moda, mi appassionai a questo mondo. Anche dei corsi specifici che frequentai presso la SDA Bocconi furono di grande stimolo. Questo è un mondo dove contano il dinamismo, l’estro, il gusto, la capacità organizzativa, la caparbietà. Ogni giorno è differente dal precedente, vinta una sfida se ne presentano altre, è impossibile non appassionarsi.

Inizialmente collaborare con mio padre non fu facile. Spesso la visione del futuro era differente, così come l’approccio pratico alle cose, ma da lui ho appreso le fondamenta: l’assoluto rispetto per la clientela, l’identità ed i valori di questa azienda, l’importanza dei nostri collaboratori. Dopo pochi anni, mi ha affiancato mia moglie, e tutto è stato più facile. Abbiamo un’assoluta omogeneità di vedute e siamo complementari l’uno all’altra. Siamo una bella squadra ed insieme riusciamo a fare belle cose!

Annachiara, leggendo la storia del negozio, appare chiaro che la componente femminile della famiglia sia stata determinante per il successo dell’attività. Rosina, Clara, Adriana ed infine tu: tutte le donne Candido sono state personalità carismatiche con un ottimo fiuto per gli affari ed una capacità innata nel trattare con i clienti. Insomma, qual è il vostro segreto? Qualità innate o insegnamenti tramandati di generazione in generazione che hanno dato i loro frutti?

Annachiara: Certamente entrambi, nel mio caso un ruolo importante lo ha avuto mia suocera Adriana. Ricordo bene come mi stupii le prime volte che la vidi acquistare tante aziende in sicurezza e con tranquillità. Devo anche riconoscere che è stata brava a demandare a me, da un giorno all’altro, tutti gli acquisti della donna e del bambino, fidandosi probabilmente del mio buon intuito, che ancora oggi è quello che mi consente di fare questo lavoro serenamente.

Il marchio Candido 1859 festeggia quest’anno 161 anni di attività. Nel 2012 la vostra azienda è stata inserita nel Registro delle Imprese Storiche, che premia le imprese che hanno fatto la storia d’Italia. Che cosa significa per voi essere i custodi di un’attività centenaria come Candido? Quali sono i valori su cui si basa la vostra azienda e che vi augurate di trasmettere alle generazioni future?

Marco: Parto dalla seconda domanda, i valori: serietà verso i clienti, i fornitori, i nostri collaboratori e la comunità in cui operiamo. Attenzione e stile in tutto ciò che ci rappresenta, dalle buste shopper all’abbigliamento dei nostri collaboratori, dalla comunicazione agli arredi, dal modo di porsi con i clienti ad i capi che vendiamo.  Propositività in tutto ciò che facciamo: nulla deve essere già visto, dobbiamo essere di stimolo sia con le nostre proposte che con le iniziative commerciali e culturali che mettiamo in atto. Dinamismo: nulla deve essere dato per scontato, abbiamo compiuto 161 anni perché, fermo restando i valori, ci mettiamo costantemente in discussione, quello che vale oggi, domani non va più bene. Coerenza: nel mantenere sempre in mente questi valori in tutto ciò che facciamo, senza derogare mai.

Vengo quindi alla prima domanda, cosa significa essere i custodi di un’attività centenaria: bene, Candido 1859 con i suoi 161 anni ha un’identità forte e radicata, data dai valori di cui parlavo prima. Nostro compito è di mantenere e rafforzare, se possibile, tale identità in cui tanta gente si identifica. Mi viene in mente un proverbio dei nativi d’America: “non ereditiamo la terra dai nostri avi, la abbiamo in prestito dai nostri figli, cui dovremo restituirla”. Credo possa valere anche per un’azienda storica, patrimonio di tutti.

In un’impresa familiare spesso è molto difficile tracciare un netto confine tra lavoro e famiglia. Come si riesce a conciliare le due cose? 

Marco: Con il buon senso. Spesso in famiglia si parla di lavoro, e questo se fatto con moderazione è utile per i figli, che apprendono in maniera subliminale. Ma è fondamentale imporsi dei limiti. Spesso mia moglie me li deve ricordare…

Per quanto riguarda la futura generazione Candido, le vostre figlie prenderanno in mano l’azienda di famiglia oppure hanno altri progetti per il futuro?

Marco: Cristiana, che ha 23 anni, si è laureata in Advertising e lavora in quel campo a Londra. Claretta, di 21, studia ed il suo obiettivo è di proseguire la nostra attività. Adriana ha 14 anni… L’unica cosa certa è che ciascuno deve seguire la propria indole, cercando di cogliere al meglio le opportunità che la vita ci offre. Vedremo… 

L’obiettivo di “Candido 1859” è quello di vestire tutta la famiglia, quindi si rivolge ad una clientela che va dai 0 ai 100 anni di età. Come riuscite a relazionarvi con le diverse tipologie di clienti e a soddisfare i diversi bisogni di ciascuno di loro? 

Marco: Relazionarsi con tutti è facile, basta essere gentili e cortesi, a prescindere dall’età. La maggioranza dei clienti che entra in negozio sono clienti storici, spesso anche loro alla seconda o terza generazione, per cui giovani o anziani, salentini o turisti che ritornano ogni anno, sono amici che conosciamo da tempo. I nuovi clienti sono sempre stimolanti, sia da un punto di vista umano – è sempre bello conoscere persone nuove – sia da un punto di vista professionale, venendo da altre esperienze con le quali confrontarci. Elemento fondamentale sono però i nostri venditori. Quasi tutti i nostri clienti hanno un venditore di riferimento, una persona che li conosce da tempo e sa interpretare al meglio i loro gusti ed il loro stile. Alcuni collaboratori per loro indole si interfacciano meglio con i giovani ed altri con i più maturi. Per l’assortimento il discorso si complica un po’. Vorremmo avere il prodotto giusto per tutti, ma per il concetto di coerenza di cui parlavo prima non sempre è possibile. Cerchiamo di avere un’identità ben definita, per cui la selezione di capi che proponiamo ha sì gusti e vestibilità differenti che vanno incontro a conformazioni ed occasioni d’uso diversificate, ma non possiamo pensare di poter accontentare tutti in assoluto. Chi viene da noi lo fa perché si identifica con lo stile che proponiamo.

In un’epoca basata sul contatto virtuale, quanto conta per un negozio come Candido instaurare e mantenere un rapporto stretto di fiducia e complicità con il cliente?

Marco: È tutto! Chi viene da noi non lo fa solo per il prodotto o per il prezzo. Lo fa perché ha un’esperienza d’acquisto “empaticamente” piacevole. La nostra forza è il mix dei prodotti che nel suo complesso crea un qualcosa di diverso ed accattivante ed il rapporto interpersonale.

Il vostro negozio propone numerosissimi brand sia italiani che stranieri. Quanto è importante per la vostra attività puntare sul “made in Italy”? Avete puntato anche su brand locali salentini per valorizzare il nostro territorio?

Marco: Il Made in Italy è la nostra storia. Un tempo occupava il 99% del nostro assortimento. Ci sono aziende italiane con cui collaboriamo da più di 50 anni, come il gruppo Max Mara. Purtroppo, sempre più aziende sono però costrette a spostare la produzione all’estero, a causa del costo del lavoro divenuto sempre più oneroso per le tasse ed i contributi che l’incapacità e la malafede della classe politica ha portato a livelli insostenibili. La differenza tra quanto un collaboratore percepisce in busta paga (poco) e quanto costa all’azienda (troppo) è il male più grande del nostro Paese. Per questo molti brand che hanno fatto la storia del Made in Italy vengono acquisiti da aziende o fondi stranieri e di italiano resta solo il nome. Ma ci sono anche casi virtuosi che resistono e ne fanno, ancora oggi, un punto di forza, e se rientrano per gusto e prezzi nel nostro target siamo ben felici di collaborare. Lo stesso vale quando si presenta l’occasione con le aziende salentine.

La nostra è un’epoca in cui l’e-commerce è diventato fondamentale per le aziende del settore moda, che subiscono inevitabilmente l’influenza dei social e di Instagram. Qual è il vostro rapporto con l’e-commerce e come sono cambiate le vostre strategie di vendita?

Marco: Il nostro e-commerce è attivo ormai da qualche anno, ma così com’è concepito dalla stragrande maggioranza e come noi l’abbiamo inteso sinora non ci piace. Ora, a parità di prodotto, sull’online vince solo il prezzo, e non siamo disposti a confrontarci solo su quello. Stiamo pensando a qualcosa di nuovo, che porti online quell’esperienza di acquisto “empaticamente” piacevole che è da sempre la forza del nostro negozio fisico, come detto prima.

Mai come adesso il fattore sostenibilità ha il suo peso in ogni passaggio del settore moda, dalla produzione al trasporto, dal riuso all’utilizzo di materiali etici, le grandi firme si stanno impegnando sempre di più a migliorare ogni elemento e i clienti mostrano una crescente attenzione nei confronti della salvaguardia dell’ambiente. Quanto è importante per voi il fattore sostenibilità e quanto incide sulle vostre scelte aziendali?

Annachiara: Si, in effetti sempre più spesso le case di moda sono vicine al problema dell’ambiente e dell’ecosostenibilità. Nel nostro caso specifico, acquistando oltre 200 marchi non sempre è possibile comprare delle aziende ecosostenibili, ma nel caso in cui le aziende che acquistiamo propongano dei piccoli progetti, delle capsule di recycling o upcycling con riciclaggio di bottiglie piuttosto che di altri materiali, noi siamo sempre ben felici di acquistarle, perché è un tema che ci appartiene e che sentiamo molto.

In base a quale criteri vengono scelti brand e fornitori?

Annachiara: I criteri con cui scegliamo i nostri brand sono diversi. In questi anni il lavoro è stato quello di creare una brand identity all’interno del punto vendita, perché è un negozio storico, anche con una metratura piuttosto elevata. Ed è stato in assoluto anche la parte più difficile ma più stimolante allo stesso tempo. Siamo sempre alla ricerca di brand d’avanguardia, belli, contemporanei, ma che siano anche gradevoli sotto tutti i punti di vista: a livello qualitativo, a livello d’immagine, di distribuzione del brand, che è fondamentale. Particolarmente importante è anche il rapporto con l’azienda, che non è un entità astratta. Paradossalmente anche le aziende sono fatte di persone e ci piace lavorare con delle aziende che siano molto disponibili, che abbiano un buon magazzino, che ci consenta di lavorare bene, di fare i riassortimenti durante la stagione, di fare delle sostituzioni e che, non ultimo, renda possibile anche un diritto di reso a fine stagione.

Scegliere la merce appropriata per l’azienda e per il tipo di cliente richiede molto tempo e moltissima ricerca. Come si svolge e quanto tempo richiede la ricerca della merce e delle nuove tendenze moda ? Quanto e come è cambiato il modo di svolgere questa ricerca rispetto a 10 anni fa?

Annachiara: La parte della ricerca è sicuramente la parte più stimolante del nostro lavoro, perché comporta fondamentalmente viaggiare, andare in giro, frequentare le settimane della moda, le sfilate, prevalentemente Milano e Parigi. Per quanto riguarda il mio caso specifico, io amo viaggiare, cercare dei punti nevralgici all’interno delle capitali europee come Londra per esempio, guardare e osservare i gruppi urbani, andare in giro per mercatini, cercare dei capi che siano iconici o che siano appartenuti a stilisti magari di un ventennio fa, perché trovo che lo stile si rifaccia sempre ad un concetto evocativo degli anni precedenti.

Negli ultimi dieci anni si è avuta una svolta determinante, che è stata quella dei social. I social ti consentono di fare ricerca senza viaggiare. Guardare i book, quello che succede in California o in Giappone, senza dover necessariamente muoversi. E’ una piccola rivoluzione. Mi capita spesso di dire alle ragazze che lavorano con me: guardate instagram, guardate cosa succede su instagram, aggiornatevi tramite i social. Oggi i social sono una potenza di informazione importantissima.

Dopo una prima selezione di capi, come si fa a scegliere il “pezzo giusto” e procedere con l’acquisto?

Annachiara: Dopo la fase della ricerca, che come vi ho detto prima avviene un pò ovunque, si procede all’acquisto tramite gli showroom. La maggior parte degli showroom sono nella regione Puglia, molti sono a Milano e qualcuno è anche a Parigi. Quando noi accediamo al campionario abbiamo accesso fisicamente ai capi: li possiamo toccare e indossare ed è una variabile molto importante. In più si sceglie il capo in base al nostro target, quindi in base alla nostra brand identity e successivamente si fa anche una valutazione in base alla distribuzione dell’azienda, quindi dove il capo sarà venduto e quali negozi venderanno quel particolare brand, e anche in base all’investimento pubblicitario dell’azienda. Chiaramente le aziende che fanno un forte investimento nella comunicazione hanno sempre un ottimo riscontro.

Quali sono le tempistiche che riguardano la scelta, l’acquisto ed infine la sistemazione del capo in negozio?

Annachiara: Una volta che abbiamo effettuato l’ordine e che l’ordine viene confermato dall’azienda, noi abbiamo i capi fisicamente dopo sei mesi. Io andrò a comprare a Maggio una pre-collezione spring/summer 2021 e a Luglio una main. I capi fisicamente arriveranno in negozio a Novembre e a Gennaio/Febbraio circa, dopodiché il capo viene assegnato in magazzino e passa alla vendita.

In un clima di caos e panico generale, un virus sconosciuto ci costringe in quarantena forzata a casa per giorni e giorni, lasciandoci inermi e impotenti di fronte alle migliaia di vittime e contagiati. La grave emergenza sanitaria causata dal coronavirus ha determinato il fermo dell’economia globale. Tutto questo porterà al crollo inevitabile della spesa privata, che avrà effetti devastanti non solo sulle grandi imprese, ma soprattutto sulle piccole e medie aziende. Come tutti i negozi sul territorio nazionale, anche “Candido 1859” è stato chiuso al pubblico dopo il provvedimento del Governo per contrastare la diffusione del coronavirus. Quale tipo di ripercussioni avrà questa crisi? Come potrebbe reagire secondo voi il mercato, una volta riattivato? Quanto secondo voi questa terribile esperienza influirà sul nostro futuro e sul nostro modo di relazionarci con il prossimo, sia per quanto riguarda il nostro modo di approcciarci al mercato e all’estetica, sia nella sfera di interrelazione personale?

Marco: Candido 1859 ha chiuso un giorno prima del decreto che lo ha imposto, perché convinti, come lo siamo ora, che fosse l’unica opzione possibile. Le ripercussioni saranno pesanti; il crollo immediato delle entrate finanziarie dovuto alla chiusura non si può compensare con un altrettanto immediato blocco delle uscite. Ci sono costi che comunque vanno sostenuti e non si può pensare di ribaltarli tutti sui fornitori o sullo Stato. Stiamo tutti facendo ricorso alle riserve, grandi o piccole che siano, e saremo costretti a far ricorso al credito, indebitandoci. Solo il tempo potrà dire chi ce la farà e chi no. Una volta che ci sarà la riapertura, che ci auguriamo avverrà presto e sarà certamente graduale, sono convinto che torneremo alle relazioni di prima, ma con un bagaglio di esperienze e di competenze nuove di cui far tesoro.

Sono convinto che nelle difficoltà tiriamo fuori il meglio di noi stessi – come si sta vedendo in questi giorni – e se sapremo capitalizzare questa esperienza dando maggior peso a ciò che conta veramente, i rapporti veri, il senso di appartenenza, il valore delle cose. Chi ci crede veramente, singoli o aziende che siano, verrà premiato.

Francesco Tombolini, Presidente di Camera Buyer Italia, ha lanciato una provocazione in un’intervista al Corriere della Sera: fermare le collezioni primavera-estate 2021 e rimettere in vendita le collezioni primavera estate 2020 tra un anno, per dare modo alle aziende di riprendersi da una sicura battuta d’arresto nelle vendite dovuta all’isolamento forzato. Dopo questa crisi globale sembra che il nostro modo di approcciarci alla moda sarà destinato a cambiare profondamente e che il settore moda sarà costretto a rivedere i suoi ritmi e tempi. Qual’è la vostra opinione a riguardo? Sareste disposti a saltare una stagione e riproporre gli stessi capi fra un anno? 

Annachiara: Quello che sta succedendo adesso è un evento assolutamente straordinario. Noi nella moda siamo un pò abituati ad avere questi cambiamenti repentini. Il mondo della moda è in continua evoluzione. Dacché si comprava sei mesi prima, alcune aziende oggi effettuano degli acquisti a breve termine, che noi chiamiamo tecnicamente “semi-programmato”, piuttosto che delle capsule che magari escono mensilmente. Diciamo che ogni azienda si comporta in maniera differente. E’ sempre stato così. Noi siamo abituati a queste metamorfosi continue, ma in questo caso specifico è una situazione particolarmente straordinaria. L’ultima volta che il nostro negozio è stato chiuso per più di due giorni è stato durante la Seconda Guerra Mondiale, quindi potete capire bene di che cosa stiamo parlando. La possibilità di rivendere i capi, di stoppare e congelare la stagione per un anno, non la vedo come una probabilità effettiva. Sicuramente quello che dobbiamo fare è pensare di riproporre alcuni capi continuativi anche per l’anno successivo.

Sono molto contenta dell’opportunità che mi è stata data, perché sono entrata a contatto (seppur virtualmente) con due professionisti del settore, che per noi studenti di moda rappresentano dei modelli da seguire.

Noi che siamo una delle ultime generazioni, quelli che rientrano nella sfera “millennials”, immersi come siamo nel mondo social, il mondo del “tutto qui e ora”, siamo abituati a dare per scontato che tutto succeda in uno schiocco di dita e tendiamo spesso a scoraggiarci e non portare a termine alcuni progetti che in realtà non sono fallimentari, ma semplicemente richiedono caparbietà, impegno e coraggio. Non basta avere la fortuna di ereditare un’azienda storica di successo, bisogna impegnarsi duramente per portarla avanti nel migliore dei modi, cercando di trasmettere valori come costanza e serietà alle generazioni future. Quello che più mi ha colpito è che questi due professionisti, Marco e Annachiara, non danno per scontato ciò che hanno, ma fanno di tutto per guadagnarselo giorno per giorno con impegno e duro lavoro.

A nome dei miei compagni ma anche di tutti quei giovani che sognano di entrare a far parte del mondo della moda, ringrazio Marco ed Annachiara per essere per noi un esempio da seguire. Il mondo della moda (e il mondo in generale)è in continua evoluzione, ogni giorno è diverso dal precedente e ci presenta sempre nuove sfide da affrontare e nuovi risultati da raggiungere. Tutto ciò deve stimolarci a dare sempre il massimo, ad impiegare tutte le nostre forze per raggiungere gli obiettivi prefissati e soprattutto a non dare mai nulla per scontato.

Sappiamo che tutto quello che sta succedendo oggi intorno a noi riflette anche e soprattutto l’atteggiamento sbagliato che noi e le generazioni passate abbiamo avuto nei confronti del pianeta di cui siamo ospiti, del modo errato che abbiamo sempre avuto e abbiamo tuttora di relazionarci con il prossimo e con noi stessi. Questo mondo ci ha dato la possibilità di vivere fornendoci tutto quello di cui abbiamo bisogno e anche di più, abbiamo la fortuna assolutamente non scontata di essere qui ogni giorno e di fare la differenza, impegnandoci per quello in cui crediamo e per le nostre passioni, tenendo sempre a mente che non siamo soli e che, qualsiasi cosa, fatta con il cuore e insieme, varrà sempre mille, un milione, mille milioni di volte in più.

Siamo grati ad Annachiara e Marco per averci fornito uno spiraglio sulla loro professione e la loro vita, sulle generazioni che li hanno preceduti e su quello che si aspettano dal futuro. “Beauty will save the world”, noi ci crediamo.

di ILARIA CIMINO

Donna, mamma, artista

 28 anni di fashion buying per Candido 1859

Quando andiamo a fare shopping non sempre pensiamo che il capo che stiamo acquistando, accessorio o vestito che sia, rappresenta in realtà il frutto di una serie di scelte attente e ben precise. Le scelte sono quelle del Fashion Buyer, professionista del settore moda che ha selezionato tra un’infinità di alternative tutto ciò che troviamo intorno a noi quando entriamo in un negozio. Per capire bene come funziona questo lavoro ho avuto l’opportunità di intervistare Adriana Negro, professionista buyer che lavora nello storico negozio di Maglie “Candido 1859”, da ben 160 anni fiore all’occhiello dei fashion store del Salento e dell’intera Puglia.

In questi giorni di quarantena forzata, che tutti gli italiani stanno vivendo con angoscia e apprensione, è un sollievo potermi confrontare, seppur virtualmente, con una professionista del settore moda. Il mio desiderio di imparare e carpire quanti più segreti possibile di questo meraviglioso settore mi permette, anche se solo per un pomeriggio, di estraniarmi dalla terribile emergenza sanitaria che stiamo vivendo, per entrare in un mondo affascinante: quello del Fashion Buying.

Date le direttive del governo non ci si può incontrare di persona, perciò l’unica alternativa per fare quest’intervista è Whatsapp. Adriana mi racconta di sé e delle sue esperienze attraverso dei video e ciò che mi colpisce non è solo la sua professionalità e competenza, ma soprattutto la passione per il suo lavoro, che traspare chiaramente dai suoi occhi e dalle sue parole. È proprio la passione, mi dice, che ti fa andare avanti nel lavoro e nella vita.

Ciao Adriana, grazie innanzitutto per averci concesso del tempo per questa intervista. Noi dell’Istituto di Moda Burgo siamo molto curiosi riguardo il tuo lavoro e siamo felici di avere un contatto diretto con te, che sei in questo settore da così tanto tempo. So che hai iniziato a lavorare da Candido fin da giovanissima, raccontaci!

Ciao, sono Adriana, lavoro da Candido da 28 anni ormai e faccio la buyer. Ho iniziato facendo la commessa all’età di 16 anni e devo dire che questo mi ha dato tanta esperienza. Il contatto con il cliente è stato infatti fondamentale per capire poi le sue esigenze.

Il Fashion Buyer è una figura strategica all’interno di un’azienda del settore moda. In che cosa consiste esattamente il tuo lavoro?

Noi fashion buyer siamo un tramite tra lo stilista, che fa il suo lavoro a volte anche visionario, e il cliente finale. Nelle scelte dell’abbigliamento cerchiamo di rispettare le esigenze del cliente e facciamo molta ricerca per selezionare prodotti nuovi che possano emozionare la clientela. In un momento in cui tutti hanno tutto, l’unico modo per distinguersi è scegliere un prodotto innovativo, che porti un valore aggiunto al negozio.

Nel corso del tempo il concetto di moda come viene intesa oggi è fortemente cambiato. Sei riuscita a svolgere un lavoro che anni fa nemmeno esisteva e hai saputo adattare la tua figura professionale ai cambiamenti inevitabili dettati dal mondo di internet e dei social media. Com’è cambiato il tuo lavoro nel corso del tempo?

Sicuramente nel corso degli anni il modo di comprare è cambiato moltissimo, rispetto a come si comprava 5 o 10 anni fa. Inizialmente andavo in giro accompagnata dai miei titolari, che per me sono sempre stati dei grandi maestri, a vedere diversi campionari nelle aziende, negli showroom, toccando e provando tutto ciò che ci veniva presentato. Oggi una parte di questo lavoro è cambiato perché si compra anche online. Ci sono aziende che  hanno trasferito online tutto quello che era il campionario fisico. Questo, secondo me, è un po’ più complicato perché online si possono vedere solo determinati modelli e colori, ma alla fine con un pò di esperienza ci si riesce. Sicuramente non è così emozionante come può essere vedere il capo fisico.

Quest’anno il negozio ha festeggiato un compleanno molto speciale: ben 160 anni di attività! Essere la buyer di un brand storico di successo che vanta così tanti anni di attività è un grande privilegio, ma comporta anche grandi responsabilità. Quanto ha influito tutto questo sul tuo modo di approcciarti al ruolo che ricopri? Io avrei il terrore di sbagliare!

Sì, quest’anno Candido ha fatto 160 anni di attività. Sicuramente è una grossa responsabilità comprare per un negozio che ha una superficie di 2000 mq. Noi compriamo abiti che vestono i clienti dai 0 ai 100 anni di età e quindi bisogna avere una visione veramente molto ampia. Detto questo, per quanto mi riguarda ho avuto degli insegnamenti, prima dalla signora Adriana Candido e poi dalla signora Annachiara Lini, che mi hanno dato la possibilità di crescere. Ho avuto anche l’opportunità di fare dei mini corsi, ad esempio di visual merchandising. È un lavoro che ho sempre fatto con molta passione e bisogna spesso mettere del proprio, prendere delle decisioni non sempre commerciali per quanto riguarda l’abbigliamento, ma che abbiano una visione “un pò più avanti”. Queste decisioni ti mettono sicuramente in difficoltà, per via degli investimenti molto grossi in gioco, ma i miei titolari mi hanno sempre lasciato “carta bianca”, dandomi la possibilità di mettere del mio nel lavoro che faccio. A volte non tutto viene in maniera perfetta, a volte si sbaglia… però anche questo mi ha dato la possibilità di fare esperienza.

In questo mestiere conoscere il mondo della moda e le tendenze è sicuramente una condizione necessaria, ma entra in gioco anche la necessità di avere delle solide competenze rispetto al marketing della moda, l’andamento del mercato, la domanda da parte del pubblico, il target a cui ci si rivolge, ma anche la conoscenza dei tessuti, il fiuto per la qualità e lo stile, insomma non è mica un gioco da ragazzi. Rispetto a tutte le conoscenze necessarie per svolgere questo lavoro, quanto conta invece l’istinto?

Sì, le competenze sono fondamentali, bisogna avere conoscenza dei tessuti, delle modellistiche e del cliente finale. Bisogna conoscere a chi è destinato il prodotto. Noi veniamo dalla realtà del Salento, dove è tutto un po’ più “in ritardo”, quindi cerchiamo di portare, servendoci dell’istinto ed anche di un pò di follia, un prodotto nuovo che permette di distinguersi dal resto dei negozi. Negli anni devo dire che questo pizzico di follia ha sicuramente dato i suoi frutti e ci ha permesso di  portare in un piccolo paese di provincia come Maglie un prodotto innovativo.

Il tuo lavoro richiede di viaggiare spesso. Tra sfilate, fiere, showroom, bisogna essere sempre pronti ad avere la valigia in mano. Ti è mai pesato questo aspetto del tuo lavoro? E in tutti questi viaggi, ci sono un’esperienza in particolare che ricordi con piacere e una di cui hai un bruttissimo ricordo? Agli inizi sarà stato un pò difficoltoso immagino.

La valigia sul letto…quella sempre! Se mi pesa…no, non mi pesa perché io il mio lavoro lo faccio con passione e ogni volta è un’esperienza nuova, ogni volta impari qualcosa, ogni volta porti a casa qualcosa, quindi assolutamente non mi pesa. Andare lì dove la moda si respira, Milano, Parigi.. assolutamente non può essere un peso. Ricordi brutti sinceramente non ne ho, ho solo ricordi belli, a volte divertenti, però brutti assolutamente no.

Candido ha moltissimi capi che riflettono il feed di IG del momento ma, allo stesso tempo, ha molti capi originali che si vedono molto meno in giro e trasmettono una forte personalità, un pò London calling! Da dove vengono?

La parola chiave in questo momento è emozionare il cliente. Negli ultimi anni “Candido 1859” è riuscito a sviluppare una propria identità e di questo sinceramente andiamo molto orgogliosi, perché proponiamo un prodotto innovativo e  all’avanguardia, che inizialmente a comprarlo fai anche un pò di fatica. Da una parte io sono un pò più commerciale, ma mi rendo conto che nel lavoro di buyer bisogna azzardare un acquisto, che poi ti fa essere vincente. La signora Candido fa moltissima ricerca e cerca di captare le nuove tendenze andando a Parigi e a Londra. Bisogna girare tanto, vedere il mondo come si muove, a partire dai mercatini fino all’ultimo locale alla moda. Questo sicuramente è un valore aggiunto ed è quello che noi facciamo per proporre alla nostra clientela dei capi originali, che fanno poi la differenza.

Moda e stile personale sono due concetti diversi e, con l’avvento dei social, la distinzione tra uno e l’altro si è quasi completamente persa. In che modo scegli i capi per Candido, distinguendo quelli per chi segue la moda da quelli destinati invece a chi ha un suo stile personale da costruire ogni giorno?

Moda e stile personale sono due concetti diversi. Diciamo che mi piacerebbe soffermarmi sullo stile personale. Come ho già detto, noi compriamo per tutti i tipi di clienti e seguiamo la moda, ciò che i grandi stilisti, e adesso anche Instagram, ci presentano. Però lo stile personale è importante. Negli ultimi anni siamo riusciti a suggerire ai nostri clienti uno stile che fa la differenza ed è  proprio per questo motivo che il cliente sceglie noi al posto di un altro negozio.

Una volta completati gli studi, molti studenti sceglieranno di intraprendere la loro carriera professionale in questo settore della moda. Che tipo di esperienze pensi che possano dare una marcia in più e quindi favorire l’assunzione nelle aziende?

Come ho già detto prima, oltre ad avere una conoscenza del settore, nasce tutto da una forte passione che si deve avere per la moda. Io ho iniziato facendo la commessa, quindi ho capito realmente come funziona il prodotto, come viene presentato, gestito e recepito dal cliente. Questo mi ha aiutata molto nel mio lavoro. Avere una base “povera”, se così vogliamo definirla, mi ha aiutata a fare quello che oggi riesco a fare bene (spero!). Adesso però non è più come una volta. Per diventare buyer bisogna studiare, ci sono tantissimi corsi da fare e l’Istituto di Moda Burgo è sicuramente un valido punto di partenza che può darvi le basi per intraprendere questa carriera professionale.  Si può poi migliorare avendo una buona conoscenza dei tessuti. Anche viaggiare, se si ha la possibilità, può aiutare molto in questo lavoro, perché ci sono dei posti dove la moda si sviluppa per strada e può essere d’aiuto anche solo guardare, per poi portare a casa tutto ciò che si vede e si intuisce.

La stragrande maggioranza dei giovani pugliesi, tra cui moltissimi studenti di moda, scelgono ormai di lasciare il nostro territorio per trasferirsi al Nord Italia o all’estero in cerca di lavoro. Le cittadine si svuotano durante l’anno per riempirsi solo nel periodo estivo, quando tutti rientrano nell’amata Puglia per godersi le vacanze. Quanto è importante invece scegliere di rimanere in Puglia per valorizzare e aiutare a far crescere un territorio, che, oltre a paesaggi incantevoli e cibo strepitoso, possiede moltissime aziende di filiera della moda in attesa di giovani talenti?

Bella domanda! Secondo me in questo momento le capacità creative dei nostri giovani salentini sono molto alte. Ultimamente devo dire che, trovandomi negli acquisti, ci sono belle realtà pugliesi che stanno avendo un buon riscontro anche a livello nazionale. Certo qui in Salento è più difficile perché siamo un pò lontani da tutto, però secondo me questo è il momento giusto per i nostri studenti. Il vostro Istituto è un buon punto di partenza per iniziare questo lavoro, che potrebbe dare delle grosse soddisfazioni anche qui in Puglia.

Noi donne, si sa, siamo più inclini ad essere multitasking rispetto agli uomini, ma incontriamo molti più ostacoli se scegliamo di essere mamme oltre che lavoratrici. Come fai a conciliare il tuo lavoro di professionista buyer, che implica inevitabili trasferte e spostamenti, con il tuo ruolo di mamma e di donna?

Chiaramente per noi donne è un pò più complicato gestire famiglia, figli, viaggi e tutto il resto. Bisogna un pò conciliare tutto, però si può fare se si ha passione, volontà e una famiglia che ti aiuta. Nel mio caso vengo molto supportata dalla mia, e questo ti fa poi sentire realizzata e felice. Penso che siano sacrifici che si fanno in tutti i lavori, però ne vale la pena, ne vale assolutamente la pena.

Saluto Adriana con una sensazione di arricchimento personale quasi indescrivibile. A nome mio e di tutti i miei compagni di corso, non posso fare altro che ringraziarla di cuore, consapevole del fatto che oggi porto a casa dei preziosi consigli, che si riveleranno di sicuro utilissimi nel raggiungimento dei miei obiettivi futuri.

Ma…pensavate che vi avremmo lasciati così, senza fare un giretto in casa Candido? Eh no! Corro a conoscere Annachiara e Marco, proprietari di questo fantastico store! Si, ok, lo ammetto: li ho già un pò spiati su Instagram e…ma chi l’ha detto che qui in Salento siamo lontani da tutto? Niente spoilers: STAY TUNED!!

di ILARIA CIMINO

Sono giorni strani, tutto sembra sospeso e al tempo stesso uguale al solito, perché qualche sera fa a Bergamo i militari trasportavano in altre città i tanti corpi di chi ha perso contro il virus, ma se apriamo le finestre di casa c’è chi ancora va a correre come nulla fosse.

Noi, dal canto nostro, ci svegliamo la mattina e abbiamo i nostri compiti da aspiranti designer da svolgere, le nostre insegnanti che ci chiedono di darci da fare, di non lasciarci andare, di tenere gli occhi fissi sul nostro obiettivo, ci ripetono che tutto andrà a posto e torneremo alle nostre vite, a entusiasmarci per una sfilata, a ridere e scherzare tra i banchi e le macchine da cucire, a passeggiare per via Trinchese nella pausa pranzo e diciamolo, anche a scappare al mare invece di andare a lezione una volta ogni tanto. Poi qualcuno in casa accende la tv e tutti i nostri tentativi di restare positivi e concentrati, ottimisti e coraggiosi, un pò vacillano. Fa tutto un pò paura, si, qualunque sia la nostra età.

Allora queste interviste, questi articoli, non sono solo dei compiti scolastici. Sono una finestra nella vita di qualcun altro, solitamente lontanissimo da noi, per nome e cognome, lavoro, città, identità.

I social ci hanno abituati a vivere il rapporto con l’altro come se non fosse reale, come se si svolgesse all’interno di pareti virtuali a cui si accede solo attraverso un cellulare o un pc. Mettiamo un like e sembra che la distanza sia inesistente, scorriamo il feed di Instagram e dimentichiamo la nostra vita immaginandoci in quella di qualcun altro, che sembra sempre più colorata, più ricca, più divertente più interessante. Eppure ora, costretti in casa nell’attesa e nella speranza che tutto torni alla normalità, in quello che sembra quasi un film o un brutto sogno, stiamo riscoprendo la mancanza degli abbracci alle persone che amiamo, la sensazione di benessere che da uscire in giardino quando fuori è quasi primavera, tutte quelle abitudini che solitamente ci sembravano così scontate e poco interessanti.

Quindi no, queste interviste e questi articoli non sono solo dei compiti di scuola. Sono un modo per tenerci vicini a distanza, per non farci dimenticare chi siamo e chi vogliamo essere, il percorso che stiamo facendo e che andrà portato a termine, ma anche un modo per lasciarci un pò di ordine in questo caos, un pò di colore, di ottimismo e di speranza e coraggio, tutto quello che forse, anche le ragazze che stiamo per incontrare, al di là del lavoro che svolgono, vogliono trasmettere a chi le segue con quell’immagine di profilo sul loro IG: tante bandiere italiane appese ai balconi di gente come noi. Noi tutti a scuola abbiamo formato una famiglia. Noi tutti , in Italia e nel mondo, lo siamo.

Allora, come famiglia, tutti e cinque voliamo (virtualmente) a Milano e incontriamo Annacarla Dall’Avo e Simona Carlucci, aretina una e ostunese l’altra, entrambe classe 1989, ex compagne di studi al Polimoda di Firenze e oggi migliori amiche e blogger di professione. Ci sono delle domande che avremmo sempre voluto fare a chi svolge questo lavoro, ne abbiamo scelta una a testa e..leggete un pò!

Annacarla, tu sei aretina, mentre tu, Simona, sei di Ostuni. Quando avete deciso di dare inizio a questo percorso, avete avuto subito il sostegno di tutti, amici e sconosciuti, non solo sul web ma nella vita reale, o avete avvertito un pò di pregiudizio verso quello che stavate facendo, le solite voci di chi guarda a chi si butta in una nuova impresa, “Ma chi crede di essere?Cosa crede di fare?”. Quanto il chatting della gente sul vostro percorso appena iniziato vi ha influenzate e come secondo voi una persona dovrebbe reagire davanti a questi atteggiamenti nel tentare nuove strade?

Questa domanda ci fa pensare a tutta la nostra storia, a quando abbiamo aperto la nostra pagina Instagram @annacarlaesimona, a tutto il nostro percorso e a quanto è stato bello avere la fortuna di vivere insieme tante soddisfazioni e momenti indimenticabili, grazie a questo nostro progetto che ci ha unite sempre di più.

La nostra è un’amicizia veramente profonda e leale, che è stata e continua a essere il motore del nostro progetto e la chiave di tutti quei traguardi piccoli e grandi che giorno dopo giorno abbiamo raggiunto.

Ci sentiamo di dire che dovremmo sempre seguire le nostre passioni e fare le cose con tanta passione, anche quando non si ha l’appoggio di tutti.
Noi non abbiamo mai smesso di sognare, ma allo stesso tempo abbiamo sempre cercato di restare con i piedi per terra, e poi pian piano il nostro sogno si è trasformato in un vero lavoro, al quale abbiamo da qualche mese finalmente deciso con coraggio di dedicare tutte le nostre energie e il nostro tempo, perché nei sogni bisogna crederci veramente e dedicargli tutti noi stessi perché si avverino!

Nel nostro percorso, tante sono state le gioie e le soddisfazioni, ma a volte anche tanta la paura di non potercela fare, i dubbi, le difficoltà della vita virtuale dei social che si scontra con quella reale, fatta di rapporti con amici, amiche, fidanzati e famiglia.
Fare un lavoro di questo tipo non è facile: ti espone tanto al pubblico, rende la tua privacy praticamente inesistente e questo non sempre viene facilmente accettato dalle persone che abbiamo intorno.

Non é solo questione di potercela fare e di pregiudizi verso quello che si sta facendo, ma più che altro di difficoltà o resistenza da parte di alcuni nell’accettare un lavoro così nuovo, super dinamico, diversificato e allo stesso tempo sconosciuto.

Ci sono comunque persone che hanno creduto veramente in noi da sempre e sono state la nostra forza, come c’è chi non l’ha fatto ma magari poi si é ricreduto, o chi ancora non lo fa ma può dispensare consigli o critiche che per noi possono sempre rivelarsi utili.

“Vogliamo essere più una rivista da sfogliare che delle blogger da seguire”. Molto spesso, agli occhi del pubblico, le blogger sono questo, una rivista da sfogliare scrollando sui social, una sorta di vetrina sulla quale con un click appare il nome del brand che indossate e il collegamento al relativo shop online o al prezzo, come su 21 Buttons. Viviamo in una società fondata sull’immagine, ma diciamoci la verità, siamo tutte un pò Bridget Jones nella realtà, un pò meno Vogue. Nella vita di tutti i giorni, scrollare sui social e fare shopping fa parte del prendere la vita con leggerezza, come è giusto che sia. Poi, però, la vita di tutti è un’altra cosa. Franca Sozzani non considerava la moda fine a se stessa ma la usava per comunicare e sensibilizzare la gente, toccando temi che riguardano la società intera, non fermandosi a mostrare l’ultima borsa di un brand. Come secondo voi, il vostro ruolo nella società potrebbe evolversi in futuro in questo senso?

Siamo sicuramente delle ragazze normalissime che hanno deciso di dare vita ad una pagina dalla quale doveva venir fuori la nostra passione per gli abiti e la moda in generale. Sicuramente, come dicevi tu, siamo tutte un po’ Bridget Jones, cosa che non nascondiamo nelle nostre stories, soprattutto perché uno dei primi intenti é far vedere alla gente chi siamo realmente, mostrando anche i nostri difetti, cercando di arrivare il più vicino possibile a tutti quelli che ci seguono con passione e, perché no, regalandogli anche un sorriso in più attraverso quello che facciamo e diciamo.

Nessuno di noi due ha mai pensato di essere un modello da seguire o un esempio da imitare, eppure a un certo punto ci siamo ritrovate con migliaia di ragazze e ragazzi che seguendoci hanno iniziato anche a scriverci, chiedendoci consigli di stile e non, ringraziandoci anche per il modo in cui riusciamo ad andare oltre lo schermo di questi cellulari e arrivare alla gente. Pian piano siamo riuscite a entrare nella vite delle persone come loro sono entrate nella nostra facendone oggi parte, una parte fondamentale.

Nel nostro piccolo siamo riuscite a ritagliarci uno spazio che va oltre la nostra pagina da influencer e siamo grate a quelle persone che credono e hanno creduto in noi, lasciandoci esprimere anche per quelle che siamo, cosa che va oltre la foto pubblicata giornalmente sui social. Abbiamo avuto la possibilità di fare delle lezioni universitarie per portare il nostro sapere in materia di social media, abbiamo partecipato a convegni dove abbiamo espresso il nostro punto di vista su come i commercianti possono utilizzare questi canali social per incrementare e sviluppare il loro lavoro, ecc. Stiamo comunicando chi siamo attraverso i social ma anche al di fuori, nel “mondo reale”, consapevoli fin da subito di essere state fortunate ad avere questa opportunità, e sperando soprattutto di continuare a farlo, perché il contatto con le persone per noi é la cosa più importante che ci tiene vive.

Siamo due ragazze piene di sogni, quindi non pensiamo che ci potranno essere ostacoli a quello che vorremmo fare in futuro. Siamo diverse, tanto diverse, ma insieme sentiamo di poter realizzare davvero quello che sogniamo, che sia scrivere un libro, tenere dei corsi, realizzare una linea di abbigliamento, con impegno e determinazione potremmo farlo. L’importante è crederci davvero e noi questo lo facciamo ogni giorno!

Noi non ci siamo fatte influenzare, ma abbiamo sicuramente sempre cercato di ascoltare chiunque, vicino o lontano, e di analizzare le diverse opinioni perché ci aiutassero nel prendere le nostre scelte, le migliori per noi.

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, avete affermato di aver avviato il vostro blog applicando la politica del “NO FACE” perché la vostra priorità era fare moda, punto. Come hanno reagito le prime aziende con cui siete entrate in contatto davanti a questa vostra scelta? E’ un dato di fatto che un post in cui compaia il volto ha sempre una risposta di like maggiore. Sicuramente, ora che siete affermate, il “no face” è il vostro marchio di fabbrica e funziona alla grande, ma è sempre stato così?

Sinceramente non crediamo che sia così scontato il fatto che un post in cui compaia il volto abbia sempre una risposta di like maggiore. Anzi, da una ricerca che ci è capitato di leggere sul web sembrerebbe che spesso su Instagram le foto senza volto sono quelle ad avere un maggiore riscontro in termini di like e engagement perché le persone/utenti riescono meglio ad immedesimarsi nel soggetto che indossa/pubblicizza il prodotto moda; essendo in qualche modo automaticamente distolti dall’estetica della persona, la loro attenzione e il loro desiderio di acquisto si concentrano solo sul prodotto. Per cui si, la nostra idea iniziale di focalizzare l’attenzione sulla moda in sé, non mostrando il viso, si è rivelata e risulta tuttora effettivamente vantaggiosa e redditizia, sia in termini di engagement, sia in termini di raggiungimento degli obiettivi da parte di un brand.


Non è stato così facile convincere i brand di questa nostra idea, o comunque risultare credibili tanto quanto tutte le altre influencer che mostrano a 360° gradi chi sono. E’ comprensibile che un brand X vorrebbe che l’influencer sulla quale investe sia altamente riconoscibile, cosa che con noi, non mostrando il viso, si può pensare sia più difficoltoso. In qualche modo le nostre foto risultano più “anonime” se inserite in ogni contesto estraniato dalla nostra pagina Instagram .

Tuttavia, ultimamente, la nostra identità, pur non mostrando il nostro viso sui social, si è via via talmente affermata da eliminare quasi questo limite della “non identità”: le persone ormai ci conoscono e ci seguono proprio per il nostro essere “no face” e per i nostri look. Questo ci rende molto felici e soddisfatte, e nel tempo speriamo di raggiungere tutti i nostri obiettivi e le nostre ambizioni, che sono davvero ancora tante!

E’ da tanto ormai che si parla della problematica dell’inquinamento nel settore moda, responsabile del 10% delle emissioni di diossido di carbonio in tutto il mondo. Voi che ne fate parte in prima persona come vi comportate a riguardo?

Sappiamo tutti che l’inquinamento è un problema enorme per il nostro pianeta e ognuno di noi dovrebbe dare anche solo un piccolo contribuito per cercare e trovare delle valide soluzioni.

Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare del nostro meglio, come per esempio comprare prodotti soprattutto made in Italy che si presuppone non abbiano fatto viaggi intercontinentali ma siano anzi prodotti in Italia, seguendo tutte le norme e le regole anti inquinamento. Oppure, sostenendo con immenso piacere aziende o iniziative green che aiutano il pianeta migliorandone l’eco-sostenibilità. Ne è un esempio la nostra recente collaborazione con Intimissimi Green Collection.

La moda è la nostra più grande e passione, ma cerchiamo comunque di evitare capi confezionati con tessuti non naturali e/o plastiche varie.
Pensando al tema delle pellicce, che in termini di inquinamento e sostenibilità è forse uno degli argomenti di dibattito più sentiti degli ultimi tempi nel settore moda, non ci sentiamo di dire che siamo completamente favorevoli alle pellicce sintetiche, dal momento che la loro produzione, trattandosi di materiali non naturali e super sintetici, inquina comunque tantissimo.
Ad ogni modo, con ognuna delle nostre scelte speriamo, nel nostro piccolo, di dare un contributo positivo alla battaglia contro l’inquinamento.

Vi accomuna la passione per la moda ma lo stile è personale e molto spesso è influenzato anche dallo stato d’animo di una persona. Inoltre, tra le persone che seguite sui social compaiono nomi di altre influencer molto note. Quanto una influencer condiziona le scelte dell’altra nel vostro settore, e voi due in particolare, come fate ad essere d’accordo su ogni post?

Certamente seguiamo influencer molto note, sia perché ci piacciono e ci fa piacere guardare le loro foto e le loro storie come un qualsiasi utente, sia perché a livello professionale è sempre interessante e importante analizzare il mercato, il settore e i relativi competitor.
L’analisi di tutte queste variabili, in qualsiasi professione e in qualsiasi settore, è sempre il punto di partenza per arrivare ad una scelta in termini di strategia e poi di azioni ben precise in termini di marketing e comunicazione.

Quindi si, certamente le influencer che seguiamo condizionano, che lo vogliamo o meno, a volte o forse spesso, le nostre scelte: scelte magari relative al modo di comunicare, o a una posizione da prendere qualora ci sia una tematica ben precisa che dilaga sui social e nel web in generale; oppure scelte più semplici, relative alla decisione di collaborare o meno con un brand che ci ha fatto una proposta, nel qual caso analizziamo anche chi ha collaborato con chi e come, e se riteniamo che il brand in questione sia in linea con il nostro posizionamento e target o meno; o, ancora, scelte relative anche a un banale acquisto personale quando ci sono quei pezzi super costosi, introvabili e sold out ovunque che diventano l’oggetto del desiderio di tutti/e, che solo le “top” influencer tra quelle che seguiamo riescono ad avere, e che quindi anche noi decidiamo di acquistare sia per reale piacere e ossessione per lo shopping (che chiaramente abbiamo!), sia per raggiungere i nostri obiettivi di posizionamento.

Riguardo la secondo domanda rivolta a entrambe, siamo una la migliore amica dell’altra, tra noi c’è un’amicizia fortissima, un’empatia, un rispetto, una stima reciproca e tutto un mix perfetto di ingredienti, tali da essere assolutamente la nostra arma vincente, cosa che ci porta spesso, se non quasi sempre, ad essere d’accordo su cosa postare, su come farlo e quando. Si dice che a volte le relazioni funzionino per semplice questione di feeling, e tra noi questo feeling c’è, è davvero tangibile, e forse più di ogni altro ingrediente, ci permette di essere chi siamo in maniera disinvolta e armoniosa e ci aiuta più di ogni altra cosa nel raggiungimento dei nostri obiettivi.

di Chiara, Giusi, Alessandro, Saida e Bianca