Intervista a Marco Candido e Annachiara Lini

Due anime creative nel cuore del Salento: 160 161 anni di attività per Candido 1859

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Dal 1859 lo storico negozio di Maglie “Candido”, situato in piazza Aldo Moro, è stato gestito da ben cinque generazioni e rappresenta un’azienda leader tra i fashion store del Salento e dell’intera Puglia. Tutto cominciò ben 161 anni fa, quando Clemente Candido aprì un negozio che riforniva i sarti di tutto l’occorrente per confezionare abiti da uomo e da donna. In un’epoca in cui esistevano solo piccole botteghe, Candido era già uno dei più grandi negozi d’Italia. Con la nascita degli abiti preconfezionati, il negozio si è adattato alle esigenze dei suoi clienti arrivando a ricoprire una superficie di 2000 mq e a vestire oggi tutta la famiglia, dal neonato all’adulto.

Nel corso del tempo ogni generazione ha apportato il proprio contributo, le proprie idee e le proprie intuizioni per migliorare il negozio, mantenendo allo stesso tempo l’identità e l’impronta della famiglia. Ed è proprio l’inconfondibile e unica brand identity del negozio ciò su cui i proprietari Marco ed Annachiara.

Siamo tutti ancora in quarantena forzata e chissà per quanto ancora lo saremo, noi speriamo che tutto torni alla normalità (con un bel pò di consapevolezza in più per tutti, su chi siamo, cosa facciamo per peggiorare o migliorare il pianeta su cui viviamo!), quindi anche quest’intervista la svolgeremo a distanza ma con il solito entusiasmo! Conosciamoli insieme!

Ciao Marco, ciao Annachiara! Innanzitutto ci teniamo a ringraziarvi per la vostra disponibilità e per il tempo che ci avete concesso. Presentatevi ai nostri lettori!

Annachiara: Ciao, io sono Annachiara e insieme a mio marito Marco gestisco un multibrand store che si chiama Candido 1859. Si trova a Maglie, in provincia di Lecce, ed è un negozio che l’anno scorso ha compiuto 160 anni di attività.

Marco, nel 1989 hai preso in mano le redini dell’azienda affiancato quasi subito da tua moglie Annachiara. Portare avanti un’azienda storica è un grande privilegio, ma comporta anche responsabilità non indifferenti. Raccontaci un po’ come hai cominciato. Sei sempre stato convinto della scelta di rilevare l’azienda di famiglia?

Marco: No. Da ragazzo avevo altri interessi ed altre ambizioni. La responsabilità di portare avanti un’azienda che era già alla quarta generazione, da solo, essendo figlio unico, la mole di lavoro e responsabilità che fin da piccolo avevo visto ricadere sulle spalle di mio padre mi spaventavano non poco. Anche la scelta della facoltà di Economia e Commercio la subii e non mi appassionò. Una volta che, su suggerimento di mio padre, decisi di abbandonare il percorso universitario ed iniziai la gavetta presso aziende esterne della filiera della moda, mi appassionai a questo mondo. Anche dei corsi specifici che frequentai presso la SDA Bocconi furono di grande stimolo. Questo è un mondo dove contano il dinamismo, l’estro, il gusto, la capacità organizzativa, la caparbietà. Ogni giorno è differente dal precedente, vinta una sfida se ne presentano altre, è impossibile non appassionarsi.

Inizialmente collaborare con mio padre non fu facile. Spesso la visione del futuro era differente, così come l’approccio pratico alle cose, ma da lui ho appreso le fondamenta: l’assoluto rispetto per la clientela, l’identità ed i valori di questa azienda, l’importanza dei nostri collaboratori. Dopo pochi anni, mi ha affiancato mia moglie, e tutto è stato più facile. Abbiamo un’assoluta omogeneità di vedute e siamo complementari l’uno all’altra. Siamo una bella squadra ed insieme riusciamo a fare belle cose!

Annachiara, leggendo la storia del negozio, appare chiaro che la componente femminile della famiglia sia stata determinante per il successo dell’attività. Rosina, Clara, Adriana ed infine tu: tutte le donne Candido sono state personalità carismatiche con un ottimo fiuto per gli affari ed una capacità innata nel trattare con i clienti. Insomma, qual è il vostro segreto? Qualità innate o insegnamenti tramandati di generazione in generazione che hanno dato i loro frutti?

Annachiara: Certamente entrambi, nel mio caso un ruolo importante lo ha avuto mia suocera Adriana. Ricordo bene come mi stupii le prime volte che la vidi acquistare tante aziende in sicurezza e con tranquillità. Devo anche riconoscere che è stata brava a demandare a me, da un giorno all’altro, tutti gli acquisti della donna e del bambino, fidandosi probabilmente del mio buon intuito, che ancora oggi è quello che mi consente di fare questo lavoro serenamente.

Il marchio Candido 1859 festeggia quest’anno 161 anni di attività. Nel 2012 la vostra azienda è stata inserita nel Registro delle Imprese Storiche, che premia le imprese che hanno fatto la storia d’Italia. Che cosa significa per voi essere i custodi di un’attività centenaria come Candido? Quali sono i valori su cui si basa la vostra azienda e che vi augurate di trasmettere alle generazioni future?

Marco: Parto dalla seconda domanda, i valori: serietà verso i clienti, i fornitori, i nostri collaboratori e la comunità in cui operiamo. Attenzione e stile in tutto ciò che ci rappresenta, dalle buste shopper all’abbigliamento dei nostri collaboratori, dalla comunicazione agli arredi, dal modo di porsi con i clienti ad i capi che vendiamo.  Propositività in tutto ciò che facciamo: nulla deve essere già visto, dobbiamo essere di stimolo sia con le nostre proposte che con le iniziative commerciali e culturali che mettiamo in atto. Dinamismo: nulla deve essere dato per scontato, abbiamo compiuto 161 anni perché, fermo restando i valori, ci mettiamo costantemente in discussione, quello che vale oggi, domani non va più bene. Coerenza: nel mantenere sempre in mente questi valori in tutto ciò che facciamo, senza derogare mai.

Vengo quindi alla prima domanda, cosa significa essere i custodi di un’attività centenaria: bene, Candido 1859 con i suoi 161 anni ha un’identità forte e radicata, data dai valori di cui parlavo prima. Nostro compito è di mantenere e rafforzare, se possibile, tale identità in cui tanta gente si identifica. Mi viene in mente un proverbio dei nativi d’America: “non ereditiamo la terra dai nostri avi, la abbiamo in prestito dai nostri figli, cui dovremo restituirla”. Credo possa valere anche per un’azienda storica, patrimonio di tutti.

In un’impresa familiare spesso è molto difficile tracciare un netto confine tra lavoro e famiglia. Come si riesce a conciliare le due cose? 

Marco: Con il buon senso. Spesso in famiglia si parla di lavoro, e questo se fatto con moderazione è utile per i figli, che apprendono in maniera subliminale. Ma è fondamentale imporsi dei limiti. Spesso mia moglie me li deve ricordare…

Per quanto riguarda la futura generazione Candido, le vostre figlie prenderanno in mano l’azienda di famiglia oppure hanno altri progetti per il futuro?

Marco: Cristiana, che ha 23 anni, si è laureata in Advertising e lavora in quel campo a Londra. Claretta, di 21, studia ed il suo obiettivo è di proseguire la nostra attività. Adriana ha 14 anni… L’unica cosa certa è che ciascuno deve seguire la propria indole, cercando di cogliere al meglio le opportunità che la vita ci offre. Vedremo… 

L’obiettivo di “Candido 1859” è quello di vestire tutta la famiglia, quindi si rivolge ad una clientela che va dai 0 ai 100 anni di età. Come riuscite a relazionarvi con le diverse tipologie di clienti e a soddisfare i diversi bisogni di ciascuno di loro? 

Marco: Relazionarsi con tutti è facile, basta essere gentili e cortesi, a prescindere dall’età. La maggioranza dei clienti che entra in negozio sono clienti storici, spesso anche loro alla seconda o terza generazione, per cui giovani o anziani, salentini o turisti che ritornano ogni anno, sono amici che conosciamo da tempo. I nuovi clienti sono sempre stimolanti, sia da un punto di vista umano – è sempre bello conoscere persone nuove – sia da un punto di vista professionale, venendo da altre esperienze con le quali confrontarci. Elemento fondamentale sono però i nostri venditori. Quasi tutti i nostri clienti hanno un venditore di riferimento, una persona che li conosce da tempo e sa interpretare al meglio i loro gusti ed il loro stile. Alcuni collaboratori per loro indole si interfacciano meglio con i giovani ed altri con i più maturi. Per l’assortimento il discorso si complica un po’. Vorremmo avere il prodotto giusto per tutti, ma per il concetto di coerenza di cui parlavo prima non sempre è possibile. Cerchiamo di avere un’identità ben definita, per cui la selezione di capi che proponiamo ha sì gusti e vestibilità differenti che vanno incontro a conformazioni ed occasioni d’uso diversificate, ma non possiamo pensare di poter accontentare tutti in assoluto. Chi viene da noi lo fa perché si identifica con lo stile che proponiamo.

In un’epoca basata sul contatto virtuale, quanto conta per un negozio come Candido instaurare e mantenere un rapporto stretto di fiducia e complicità con il cliente?

Marco: È tutto! Chi viene da noi non lo fa solo per il prodotto o per il prezzo. Lo fa perché ha un’esperienza d’acquisto “empaticamente” piacevole. La nostra forza è il mix dei prodotti che nel suo complesso crea un qualcosa di diverso ed accattivante ed il rapporto interpersonale.

Il vostro negozio propone numerosissimi brand sia italiani che stranieri. Quanto è importante per la vostra attività puntare sul “made in Italy”? Avete puntato anche su brand locali salentini per valorizzare il nostro territorio?

Marco: Il Made in Italy è la nostra storia. Un tempo occupava il 99% del nostro assortimento. Ci sono aziende italiane con cui collaboriamo da più di 50 anni, come il gruppo Max Mara. Purtroppo, sempre più aziende sono però costrette a spostare la produzione all’estero, a causa del costo del lavoro divenuto sempre più oneroso per le tasse ed i contributi che l’incapacità e la malafede della classe politica ha portato a livelli insostenibili. La differenza tra quanto un collaboratore percepisce in busta paga (poco) e quanto costa all’azienda (troppo) è il male più grande del nostro Paese. Per questo molti brand che hanno fatto la storia del Made in Italy vengono acquisiti da aziende o fondi stranieri e di italiano resta solo il nome. Ma ci sono anche casi virtuosi che resistono e ne fanno, ancora oggi, un punto di forza, e se rientrano per gusto e prezzi nel nostro target siamo ben felici di collaborare. Lo stesso vale quando si presenta l’occasione con le aziende salentine.

La nostra è un’epoca in cui l’e-commerce è diventato fondamentale per le aziende del settore moda, che subiscono inevitabilmente l’influenza dei social e di Instagram. Qual è il vostro rapporto con l’e-commerce e come sono cambiate le vostre strategie di vendita?

Marco: Il nostro e-commerce è attivo ormai da qualche anno, ma così com’è concepito dalla stragrande maggioranza e come noi l’abbiamo inteso sinora non ci piace. Ora, a parità di prodotto, sull’online vince solo il prezzo, e non siamo disposti a confrontarci solo su quello. Stiamo pensando a qualcosa di nuovo, che porti online quell’esperienza di acquisto “empaticamente” piacevole che è da sempre la forza del nostro negozio fisico, come detto prima.

Mai come adesso il fattore sostenibilità ha il suo peso in ogni passaggio del settore moda, dalla produzione al trasporto, dal riuso all’utilizzo di materiali etici, le grandi firme si stanno impegnando sempre di più a migliorare ogni elemento e i clienti mostrano una crescente attenzione nei confronti della salvaguardia dell’ambiente. Quanto è importante per voi il fattore sostenibilità e quanto incide sulle vostre scelte aziendali?

Annachiara: Si, in effetti sempre più spesso le case di moda sono vicine al problema dell’ambiente e dell’ecosostenibilità. Nel nostro caso specifico, acquistando oltre 200 marchi non sempre è possibile comprare delle aziende ecosostenibili, ma nel caso in cui le aziende che acquistiamo propongano dei piccoli progetti, delle capsule di recycling o upcycling con riciclaggio di bottiglie piuttosto che di altri materiali, noi siamo sempre ben felici di acquistarle, perché è un tema che ci appartiene e che sentiamo molto.

In base a quale criteri vengono scelti brand e fornitori?

Annachiara: I criteri con cui scegliamo i nostri brand sono diversi. In questi anni il lavoro è stato quello di creare una brand identity all’interno del punto vendita, perché è un negozio storico, anche con una metratura piuttosto elevata. Ed è stato in assoluto anche la parte più difficile ma più stimolante allo stesso tempo. Siamo sempre alla ricerca di brand d’avanguardia, belli, contemporanei, ma che siano anche gradevoli sotto tutti i punti di vista: a livello qualitativo, a livello d’immagine, di distribuzione del brand, che è fondamentale. Particolarmente importante è anche il rapporto con l’azienda, che non è un entità astratta. Paradossalmente anche le aziende sono fatte di persone e ci piace lavorare con delle aziende che siano molto disponibili, che abbiano un buon magazzino, che ci consenta di lavorare bene, di fare i riassortimenti durante la stagione, di fare delle sostituzioni e che, non ultimo, renda possibile anche un diritto di reso a fine stagione.

Scegliere la merce appropriata per l’azienda e per il tipo di cliente richiede molto tempo e moltissima ricerca. Come si svolge e quanto tempo richiede la ricerca della merce e delle nuove tendenze moda ? Quanto e come è cambiato il modo di svolgere questa ricerca rispetto a 10 anni fa?

Annachiara: La parte della ricerca è sicuramente la parte più stimolante del nostro lavoro, perché comporta fondamentalmente viaggiare, andare in giro, frequentare le settimane della moda, le sfilate, prevalentemente Milano e Parigi. Per quanto riguarda il mio caso specifico, io amo viaggiare, cercare dei punti nevralgici all’interno delle capitali europee come Londra per esempio, guardare e osservare i gruppi urbani, andare in giro per mercatini, cercare dei capi che siano iconici o che siano appartenuti a stilisti magari di un ventennio fa, perché trovo che lo stile si rifaccia sempre ad un concetto evocativo degli anni precedenti.

Negli ultimi dieci anni si è avuta una svolta determinante, che è stata quella dei social. I social ti consentono di fare ricerca senza viaggiare. Guardare i book, quello che succede in California o in Giappone, senza dover necessariamente muoversi. E’ una piccola rivoluzione. Mi capita spesso di dire alle ragazze che lavorano con me: guardate instagram, guardate cosa succede su instagram, aggiornatevi tramite i social. Oggi i social sono una potenza di informazione importantissima.

Dopo una prima selezione di capi, come si fa a scegliere il “pezzo giusto” e procedere con l’acquisto?

Annachiara: Dopo la fase della ricerca, che come vi ho detto prima avviene un pò ovunque, si procede all’acquisto tramite gli showroom. La maggior parte degli showroom sono nella regione Puglia, molti sono a Milano e qualcuno è anche a Parigi. Quando noi accediamo al campionario abbiamo accesso fisicamente ai capi: li possiamo toccare e indossare ed è una variabile molto importante. In più si sceglie il capo in base al nostro target, quindi in base alla nostra brand identity e successivamente si fa anche una valutazione in base alla distribuzione dell’azienda, quindi dove il capo sarà venduto e quali negozi venderanno quel particolare brand, e anche in base all’investimento pubblicitario dell’azienda. Chiaramente le aziende che fanno un forte investimento nella comunicazione hanno sempre un ottimo riscontro.

Quali sono le tempistiche che riguardano la scelta, l’acquisto ed infine la sistemazione del capo in negozio?

Annachiara: Una volta che abbiamo effettuato l’ordine e che l’ordine viene confermato dall’azienda, noi abbiamo i capi fisicamente dopo sei mesi. Io andrò a comprare a Maggio una pre-collezione spring/summer 2021 e a Luglio una main. I capi fisicamente arriveranno in negozio a Novembre e a Gennaio/Febbraio circa, dopodiché il capo viene assegnato in magazzino e passa alla vendita.

In un clima di caos e panico generale, un virus sconosciuto ci costringe in quarantena forzata a casa per giorni e giorni, lasciandoci inermi e impotenti di fronte alle migliaia di vittime e contagiati. La grave emergenza sanitaria causata dal coronavirus ha determinato il fermo dell’economia globale. Tutto questo porterà al crollo inevitabile della spesa privata, che avrà effetti devastanti non solo sulle grandi imprese, ma soprattutto sulle piccole e medie aziende. Come tutti i negozi sul territorio nazionale, anche “Candido 1859” è stato chiuso al pubblico dopo il provvedimento del Governo per contrastare la diffusione del coronavirus. Quale tipo di ripercussioni avrà questa crisi? Come potrebbe reagire secondo voi il mercato, una volta riattivato? Quanto secondo voi questa terribile esperienza influirà sul nostro futuro e sul nostro modo di relazionarci con il prossimo, sia per quanto riguarda il nostro modo di approcciarci al mercato e all’estetica, sia nella sfera di interrelazione personale?

Marco: Candido 1859 ha chiuso un giorno prima del decreto che lo ha imposto, perché convinti, come lo siamo ora, che fosse l’unica opzione possibile. Le ripercussioni saranno pesanti; il crollo immediato delle entrate finanziarie dovuto alla chiusura non si può compensare con un altrettanto immediato blocco delle uscite. Ci sono costi che comunque vanno sostenuti e non si può pensare di ribaltarli tutti sui fornitori o sullo Stato. Stiamo tutti facendo ricorso alle riserve, grandi o piccole che siano, e saremo costretti a far ricorso al credito, indebitandoci. Solo il tempo potrà dire chi ce la farà e chi no. Una volta che ci sarà la riapertura, che ci auguriamo avverrà presto e sarà certamente graduale, sono convinto che torneremo alle relazioni di prima, ma con un bagaglio di esperienze e di competenze nuove di cui far tesoro.

Sono convinto che nelle difficoltà tiriamo fuori il meglio di noi stessi – come si sta vedendo in questi giorni – e se sapremo capitalizzare questa esperienza dando maggior peso a ciò che conta veramente, i rapporti veri, il senso di appartenenza, il valore delle cose. Chi ci crede veramente, singoli o aziende che siano, verrà premiato.

Francesco Tombolini, Presidente di Camera Buyer Italia, ha lanciato una provocazione in un’intervista al Corriere della Sera: fermare le collezioni primavera-estate 2021 e rimettere in vendita le collezioni primavera estate 2020 tra un anno, per dare modo alle aziende di riprendersi da una sicura battuta d’arresto nelle vendite dovuta all’isolamento forzato. Dopo questa crisi globale sembra che il nostro modo di approcciarci alla moda sarà destinato a cambiare profondamente e che il settore moda sarà costretto a rivedere i suoi ritmi e tempi. Qual’è la vostra opinione a riguardo? Sareste disposti a saltare una stagione e riproporre gli stessi capi fra un anno? 

Annachiara: Quello che sta succedendo adesso è un evento assolutamente straordinario. Noi nella moda siamo un pò abituati ad avere questi cambiamenti repentini. Il mondo della moda è in continua evoluzione. Dacché si comprava sei mesi prima, alcune aziende oggi effettuano degli acquisti a breve termine, che noi chiamiamo tecnicamente “semi-programmato”, piuttosto che delle capsule che magari escono mensilmente. Diciamo che ogni azienda si comporta in maniera differente. E’ sempre stato così. Noi siamo abituati a queste metamorfosi continue, ma in questo caso specifico è una situazione particolarmente straordinaria. L’ultima volta che il nostro negozio è stato chiuso per più di due giorni è stato durante la Seconda Guerra Mondiale, quindi potete capire bene di che cosa stiamo parlando. La possibilità di rivendere i capi, di stoppare e congelare la stagione per un anno, non la vedo come una probabilità effettiva. Sicuramente quello che dobbiamo fare è pensare di riproporre alcuni capi continuativi anche per l’anno successivo.

Sono molto contenta dell’opportunità che mi è stata data, perché sono entrata a contatto (seppur virtualmente) con due professionisti del settore, che per noi studenti di moda rappresentano dei modelli da seguire.

Noi che siamo una delle ultime generazioni, quelli che rientrano nella sfera “millennials”, immersi come siamo nel mondo social, il mondo del “tutto qui e ora”, siamo abituati a dare per scontato che tutto succeda in uno schiocco di dita e tendiamo spesso a scoraggiarci e non portare a termine alcuni progetti che in realtà non sono fallimentari, ma semplicemente richiedono caparbietà, impegno e coraggio. Non basta avere la fortuna di ereditare un’azienda storica di successo, bisogna impegnarsi duramente per portarla avanti nel migliore dei modi, cercando di trasmettere valori come costanza e serietà alle generazioni future. Quello che più mi ha colpito è che questi due professionisti, Marco e Annachiara, non danno per scontato ciò che hanno, ma fanno di tutto per guadagnarselo giorno per giorno con impegno e duro lavoro.

A nome dei miei compagni ma anche di tutti quei giovani che sognano di entrare a far parte del mondo della moda, ringrazio Marco ed Annachiara per essere per noi un esempio da seguire. Il mondo della moda (e il mondo in generale)è in continua evoluzione, ogni giorno è diverso dal precedente e ci presenta sempre nuove sfide da affrontare e nuovi risultati da raggiungere. Tutto ciò deve stimolarci a dare sempre il massimo, ad impiegare tutte le nostre forze per raggiungere gli obiettivi prefissati e soprattutto a non dare mai nulla per scontato.

Sappiamo che tutto quello che sta succedendo oggi intorno a noi riflette anche e soprattutto l’atteggiamento sbagliato che noi e le generazioni passate abbiamo avuto nei confronti del pianeta di cui siamo ospiti, del modo errato che abbiamo sempre avuto e abbiamo tuttora di relazionarci con il prossimo e con noi stessi. Questo mondo ci ha dato la possibilità di vivere fornendoci tutto quello di cui abbiamo bisogno e anche di più, abbiamo la fortuna assolutamente non scontata di essere qui ogni giorno e di fare la differenza, impegnandoci per quello in cui crediamo e per le nostre passioni, tenendo sempre a mente che non siamo soli e che, qualsiasi cosa, fatta con il cuore e insieme, varrà sempre mille, un milione, mille milioni di volte in più.

Siamo grati ad Annachiara e Marco per averci fornito uno spiraglio sulla loro professione e la loro vita, sulle generazioni che li hanno preceduti e su quello che si aspettano dal futuro. “Beauty will save the world”, noi ci crediamo.

di ILARIA CIMINO

Donna, mamma, artista

 28 anni di fashion buying per Candido 1859

Quando andiamo a fare shopping non sempre pensiamo che il capo che stiamo acquistando, accessorio o vestito che sia, rappresenta in realtà il frutto di una serie di scelte attente e ben precise. Le scelte sono quelle del Fashion Buyer, professionista del settore moda che ha selezionato tra un’infinità di alternative tutto ciò che troviamo intorno a noi quando entriamo in un negozio. Per capire bene come funziona questo lavoro ho avuto l’opportunità di intervistare Adriana Negro, professionista buyer che lavora nello storico negozio di Maglie “Candido 1859”, da ben 160 anni fiore all’occhiello dei fashion store del Salento e dell’intera Puglia.

In questi giorni di quarantena forzata, che tutti gli italiani stanno vivendo con angoscia e apprensione, è un sollievo potermi confrontare, seppur virtualmente, con una professionista del settore moda. Il mio desiderio di imparare e carpire quanti più segreti possibile di questo meraviglioso settore mi permette, anche se solo per un pomeriggio, di estraniarmi dalla terribile emergenza sanitaria che stiamo vivendo, per entrare in un mondo affascinante: quello del Fashion Buying.

Date le direttive del governo non ci si può incontrare di persona, perciò l’unica alternativa per fare quest’intervista è Whatsapp. Adriana mi racconta di sé e delle sue esperienze attraverso dei video e ciò che mi colpisce non è solo la sua professionalità e competenza, ma soprattutto la passione per il suo lavoro, che traspare chiaramente dai suoi occhi e dalle sue parole. È proprio la passione, mi dice, che ti fa andare avanti nel lavoro e nella vita.

Ciao Adriana, grazie innanzitutto per averci concesso del tempo per questa intervista. Noi dell’Istituto di Moda Burgo siamo molto curiosi riguardo il tuo lavoro e siamo felici di avere un contatto diretto con te, che sei in questo settore da così tanto tempo. So che hai iniziato a lavorare da Candido fin da giovanissima, raccontaci!

Ciao, sono Adriana, lavoro da Candido da 28 anni ormai e faccio la buyer. Ho iniziato facendo la commessa all’età di 16 anni e devo dire che questo mi ha dato tanta esperienza. Il contatto con il cliente è stato infatti fondamentale per capire poi le sue esigenze.

Il Fashion Buyer è una figura strategica all’interno di un’azienda del settore moda. In che cosa consiste esattamente il tuo lavoro?

Noi fashion buyer siamo un tramite tra lo stilista, che fa il suo lavoro a volte anche visionario, e il cliente finale. Nelle scelte dell’abbigliamento cerchiamo di rispettare le esigenze del cliente e facciamo molta ricerca per selezionare prodotti nuovi che possano emozionare la clientela. In un momento in cui tutti hanno tutto, l’unico modo per distinguersi è scegliere un prodotto innovativo, che porti un valore aggiunto al negozio.

Nel corso del tempo il concetto di moda come viene intesa oggi è fortemente cambiato. Sei riuscita a svolgere un lavoro che anni fa nemmeno esisteva e hai saputo adattare la tua figura professionale ai cambiamenti inevitabili dettati dal mondo di internet e dei social media. Com’è cambiato il tuo lavoro nel corso del tempo?

Sicuramente nel corso degli anni il modo di comprare è cambiato moltissimo, rispetto a come si comprava 5 o 10 anni fa. Inizialmente andavo in giro accompagnata dai miei titolari, che per me sono sempre stati dei grandi maestri, a vedere diversi campionari nelle aziende, negli showroom, toccando e provando tutto ciò che ci veniva presentato. Oggi una parte di questo lavoro è cambiato perché si compra anche online. Ci sono aziende che  hanno trasferito online tutto quello che era il campionario fisico. Questo, secondo me, è un po’ più complicato perché online si possono vedere solo determinati modelli e colori, ma alla fine con un pò di esperienza ci si riesce. Sicuramente non è così emozionante come può essere vedere il capo fisico.

Quest’anno il negozio ha festeggiato un compleanno molto speciale: ben 160 anni di attività! Essere la buyer di un brand storico di successo che vanta così tanti anni di attività è un grande privilegio, ma comporta anche grandi responsabilità. Quanto ha influito tutto questo sul tuo modo di approcciarti al ruolo che ricopri? Io avrei il terrore di sbagliare!

Sì, quest’anno Candido ha fatto 160 anni di attività. Sicuramente è una grossa responsabilità comprare per un negozio che ha una superficie di 2000 mq. Noi compriamo abiti che vestono i clienti dai 0 ai 100 anni di età e quindi bisogna avere una visione veramente molto ampia. Detto questo, per quanto mi riguarda ho avuto degli insegnamenti, prima dalla signora Adriana Candido e poi dalla signora Annachiara Lini, che mi hanno dato la possibilità di crescere. Ho avuto anche l’opportunità di fare dei mini corsi, ad esempio di visual merchandising. È un lavoro che ho sempre fatto con molta passione e bisogna spesso mettere del proprio, prendere delle decisioni non sempre commerciali per quanto riguarda l’abbigliamento, ma che abbiano una visione “un pò più avanti”. Queste decisioni ti mettono sicuramente in difficoltà, per via degli investimenti molto grossi in gioco, ma i miei titolari mi hanno sempre lasciato “carta bianca”, dandomi la possibilità di mettere del mio nel lavoro che faccio. A volte non tutto viene in maniera perfetta, a volte si sbaglia… però anche questo mi ha dato la possibilità di fare esperienza.

In questo mestiere conoscere il mondo della moda e le tendenze è sicuramente una condizione necessaria, ma entra in gioco anche la necessità di avere delle solide competenze rispetto al marketing della moda, l’andamento del mercato, la domanda da parte del pubblico, il target a cui ci si rivolge, ma anche la conoscenza dei tessuti, il fiuto per la qualità e lo stile, insomma non è mica un gioco da ragazzi. Rispetto a tutte le conoscenze necessarie per svolgere questo lavoro, quanto conta invece l’istinto?

Sì, le competenze sono fondamentali, bisogna avere conoscenza dei tessuti, delle modellistiche e del cliente finale. Bisogna conoscere a chi è destinato il prodotto. Noi veniamo dalla realtà del Salento, dove è tutto un po’ più “in ritardo”, quindi cerchiamo di portare, servendoci dell’istinto ed anche di un pò di follia, un prodotto nuovo che permette di distinguersi dal resto dei negozi. Negli anni devo dire che questo pizzico di follia ha sicuramente dato i suoi frutti e ci ha permesso di  portare in un piccolo paese di provincia come Maglie un prodotto innovativo.

Il tuo lavoro richiede di viaggiare spesso. Tra sfilate, fiere, showroom, bisogna essere sempre pronti ad avere la valigia in mano. Ti è mai pesato questo aspetto del tuo lavoro? E in tutti questi viaggi, ci sono un’esperienza in particolare che ricordi con piacere e una di cui hai un bruttissimo ricordo? Agli inizi sarà stato un pò difficoltoso immagino.

La valigia sul letto…quella sempre! Se mi pesa…no, non mi pesa perché io il mio lavoro lo faccio con passione e ogni volta è un’esperienza nuova, ogni volta impari qualcosa, ogni volta porti a casa qualcosa, quindi assolutamente non mi pesa. Andare lì dove la moda si respira, Milano, Parigi.. assolutamente non può essere un peso. Ricordi brutti sinceramente non ne ho, ho solo ricordi belli, a volte divertenti, però brutti assolutamente no.

Candido ha moltissimi capi che riflettono il feed di IG del momento ma, allo stesso tempo, ha molti capi originali che si vedono molto meno in giro e trasmettono una forte personalità, un pò London calling! Da dove vengono?

La parola chiave in questo momento è emozionare il cliente. Negli ultimi anni “Candido 1859” è riuscito a sviluppare una propria identità e di questo sinceramente andiamo molto orgogliosi, perché proponiamo un prodotto innovativo e  all’avanguardia, che inizialmente a comprarlo fai anche un pò di fatica. Da una parte io sono un pò più commerciale, ma mi rendo conto che nel lavoro di buyer bisogna azzardare un acquisto, che poi ti fa essere vincente. La signora Candido fa moltissima ricerca e cerca di captare le nuove tendenze andando a Parigi e a Londra. Bisogna girare tanto, vedere il mondo come si muove, a partire dai mercatini fino all’ultimo locale alla moda. Questo sicuramente è un valore aggiunto ed è quello che noi facciamo per proporre alla nostra clientela dei capi originali, che fanno poi la differenza.

Moda e stile personale sono due concetti diversi e, con l’avvento dei social, la distinzione tra uno e l’altro si è quasi completamente persa. In che modo scegli i capi per Candido, distinguendo quelli per chi segue la moda da quelli destinati invece a chi ha un suo stile personale da costruire ogni giorno?

Moda e stile personale sono due concetti diversi. Diciamo che mi piacerebbe soffermarmi sullo stile personale. Come ho già detto, noi compriamo per tutti i tipi di clienti e seguiamo la moda, ciò che i grandi stilisti, e adesso anche Instagram, ci presentano. Però lo stile personale è importante. Negli ultimi anni siamo riusciti a suggerire ai nostri clienti uno stile che fa la differenza ed è  proprio per questo motivo che il cliente sceglie noi al posto di un altro negozio.

Una volta completati gli studi, molti studenti sceglieranno di intraprendere la loro carriera professionale in questo settore della moda. Che tipo di esperienze pensi che possano dare una marcia in più e quindi favorire l’assunzione nelle aziende?

Come ho già detto prima, oltre ad avere una conoscenza del settore, nasce tutto da una forte passione che si deve avere per la moda. Io ho iniziato facendo la commessa, quindi ho capito realmente come funziona il prodotto, come viene presentato, gestito e recepito dal cliente. Questo mi ha aiutata molto nel mio lavoro. Avere una base “povera”, se così vogliamo definirla, mi ha aiutata a fare quello che oggi riesco a fare bene (spero!). Adesso però non è più come una volta. Per diventare buyer bisogna studiare, ci sono tantissimi corsi da fare e l’Istituto di Moda Burgo è sicuramente un valido punto di partenza che può darvi le basi per intraprendere questa carriera professionale.  Si può poi migliorare avendo una buona conoscenza dei tessuti. Anche viaggiare, se si ha la possibilità, può aiutare molto in questo lavoro, perché ci sono dei posti dove la moda si sviluppa per strada e può essere d’aiuto anche solo guardare, per poi portare a casa tutto ciò che si vede e si intuisce.

La stragrande maggioranza dei giovani pugliesi, tra cui moltissimi studenti di moda, scelgono ormai di lasciare il nostro territorio per trasferirsi al Nord Italia o all’estero in cerca di lavoro. Le cittadine si svuotano durante l’anno per riempirsi solo nel periodo estivo, quando tutti rientrano nell’amata Puglia per godersi le vacanze. Quanto è importante invece scegliere di rimanere in Puglia per valorizzare e aiutare a far crescere un territorio, che, oltre a paesaggi incantevoli e cibo strepitoso, possiede moltissime aziende di filiera della moda in attesa di giovani talenti?

Bella domanda! Secondo me in questo momento le capacità creative dei nostri giovani salentini sono molto alte. Ultimamente devo dire che, trovandomi negli acquisti, ci sono belle realtà pugliesi che stanno avendo un buon riscontro anche a livello nazionale. Certo qui in Salento è più difficile perché siamo un pò lontani da tutto, però secondo me questo è il momento giusto per i nostri studenti. Il vostro Istituto è un buon punto di partenza per iniziare questo lavoro, che potrebbe dare delle grosse soddisfazioni anche qui in Puglia.

Noi donne, si sa, siamo più inclini ad essere multitasking rispetto agli uomini, ma incontriamo molti più ostacoli se scegliamo di essere mamme oltre che lavoratrici. Come fai a conciliare il tuo lavoro di professionista buyer, che implica inevitabili trasferte e spostamenti, con il tuo ruolo di mamma e di donna?

Chiaramente per noi donne è un pò più complicato gestire famiglia, figli, viaggi e tutto il resto. Bisogna un pò conciliare tutto, però si può fare se si ha passione, volontà e una famiglia che ti aiuta. Nel mio caso vengo molto supportata dalla mia, e questo ti fa poi sentire realizzata e felice. Penso che siano sacrifici che si fanno in tutti i lavori, però ne vale la pena, ne vale assolutamente la pena.

Saluto Adriana con una sensazione di arricchimento personale quasi indescrivibile. A nome mio e di tutti i miei compagni di corso, non posso fare altro che ringraziarla di cuore, consapevole del fatto che oggi porto a casa dei preziosi consigli, che si riveleranno di sicuro utilissimi nel raggiungimento dei miei obiettivi futuri.

Ma…pensavate che vi avremmo lasciati così, senza fare un giretto in casa Candido? Eh no! Corro a conoscere Annachiara e Marco, proprietari di questo fantastico store! Si, ok, lo ammetto: li ho già un pò spiati su Instagram e…ma chi l’ha detto che qui in Salento siamo lontani da tutto? Niente spoilers: STAY TUNED!!

di ILARIA CIMINO

Sono giorni strani, tutto sembra sospeso e al tempo stesso uguale al solito, perché qualche sera fa a Bergamo i militari trasportavano in altre città i tanti corpi di chi ha perso contro il virus, ma se apriamo le finestre di casa c’è chi ancora va a correre come nulla fosse.

Noi, dal canto nostro, ci svegliamo la mattina e abbiamo i nostri compiti da aspiranti designer da svolgere, le nostre insegnanti che ci chiedono di darci da fare, di non lasciarci andare, di tenere gli occhi fissi sul nostro obiettivo, ci ripetono che tutto andrà a posto e torneremo alle nostre vite, a entusiasmarci per una sfilata, a ridere e scherzare tra i banchi e le macchine da cucire, a passeggiare per via Trinchese nella pausa pranzo e diciamolo, anche a scappare al mare invece di andare a lezione una volta ogni tanto. Poi qualcuno in casa accende la tv e tutti i nostri tentativi di restare positivi e concentrati, ottimisti e coraggiosi, un pò vacillano. Fa tutto un pò paura, si, qualunque sia la nostra età.

Allora queste interviste, questi articoli, non sono solo dei compiti scolastici. Sono una finestra nella vita di qualcun altro, solitamente lontanissimo da noi, per nome e cognome, lavoro, città, identità.

I social ci hanno abituati a vivere il rapporto con l’altro come se non fosse reale, come se si svolgesse all’interno di pareti virtuali a cui si accede solo attraverso un cellulare o un pc. Mettiamo un like e sembra che la distanza sia inesistente, scorriamo il feed di Instagram e dimentichiamo la nostra vita immaginandoci in quella di qualcun altro, che sembra sempre più colorata, più ricca, più divertente più interessante. Eppure ora, costretti in casa nell’attesa e nella speranza che tutto torni alla normalità, in quello che sembra quasi un film o un brutto sogno, stiamo riscoprendo la mancanza degli abbracci alle persone che amiamo, la sensazione di benessere che da uscire in giardino quando fuori è quasi primavera, tutte quelle abitudini che solitamente ci sembravano così scontate e poco interessanti.

Quindi no, queste interviste e questi articoli non sono solo dei compiti di scuola. Sono un modo per tenerci vicini a distanza, per non farci dimenticare chi siamo e chi vogliamo essere, il percorso che stiamo facendo e che andrà portato a termine, ma anche un modo per lasciarci un pò di ordine in questo caos, un pò di colore, di ottimismo e di speranza e coraggio, tutto quello che forse, anche le ragazze che stiamo per incontrare, al di là del lavoro che svolgono, vogliono trasmettere a chi le segue con quell’immagine di profilo sul loro IG: tante bandiere italiane appese ai balconi di gente come noi. Noi tutti a scuola abbiamo formato una famiglia. Noi tutti , in Italia e nel mondo, lo siamo.

Allora, come famiglia, tutti e cinque voliamo (virtualmente) a Milano e incontriamo Annacarla Dall’Avo e Simona Carlucci, aretina una e ostunese l’altra, entrambe classe 1989, ex compagne di studi al Polimoda di Firenze e oggi migliori amiche e blogger di professione. Ci sono delle domande che avremmo sempre voluto fare a chi svolge questo lavoro, ne abbiamo scelta una a testa e..leggete un pò!

Annacarla, tu sei aretina, mentre tu, Simona, sei di Ostuni. Quando avete deciso di dare inizio a questo percorso, avete avuto subito il sostegno di tutti, amici e sconosciuti, non solo sul web ma nella vita reale, o avete avvertito un pò di pregiudizio verso quello che stavate facendo, le solite voci di chi guarda a chi si butta in una nuova impresa, “Ma chi crede di essere?Cosa crede di fare?”. Quanto il chatting della gente sul vostro percorso appena iniziato vi ha influenzate e come secondo voi una persona dovrebbe reagire davanti a questi atteggiamenti nel tentare nuove strade?

Questa domanda ci fa pensare a tutta la nostra storia, a quando abbiamo aperto la nostra pagina Instagram @annacarlaesimona, a tutto il nostro percorso e a quanto è stato bello avere la fortuna di vivere insieme tante soddisfazioni e momenti indimenticabili, grazie a questo nostro progetto che ci ha unite sempre di più.

La nostra è un’amicizia veramente profonda e leale, che è stata e continua a essere il motore del nostro progetto e la chiave di tutti quei traguardi piccoli e grandi che giorno dopo giorno abbiamo raggiunto.

Ci sentiamo di dire che dovremmo sempre seguire le nostre passioni e fare le cose con tanta passione, anche quando non si ha l’appoggio di tutti.
Noi non abbiamo mai smesso di sognare, ma allo stesso tempo abbiamo sempre cercato di restare con i piedi per terra, e poi pian piano il nostro sogno si è trasformato in un vero lavoro, al quale abbiamo da qualche mese finalmente deciso con coraggio di dedicare tutte le nostre energie e il nostro tempo, perché nei sogni bisogna crederci veramente e dedicargli tutti noi stessi perché si avverino!

Nel nostro percorso, tante sono state le gioie e le soddisfazioni, ma a volte anche tanta la paura di non potercela fare, i dubbi, le difficoltà della vita virtuale dei social che si scontra con quella reale, fatta di rapporti con amici, amiche, fidanzati e famiglia.
Fare un lavoro di questo tipo non è facile: ti espone tanto al pubblico, rende la tua privacy praticamente inesistente e questo non sempre viene facilmente accettato dalle persone che abbiamo intorno.

Non é solo questione di potercela fare e di pregiudizi verso quello che si sta facendo, ma più che altro di difficoltà o resistenza da parte di alcuni nell’accettare un lavoro così nuovo, super dinamico, diversificato e allo stesso tempo sconosciuto.

Ci sono comunque persone che hanno creduto veramente in noi da sempre e sono state la nostra forza, come c’è chi non l’ha fatto ma magari poi si é ricreduto, o chi ancora non lo fa ma può dispensare consigli o critiche che per noi possono sempre rivelarsi utili.

“Vogliamo essere più una rivista da sfogliare che delle blogger da seguire”. Molto spesso, agli occhi del pubblico, le blogger sono questo, una rivista da sfogliare scrollando sui social, una sorta di vetrina sulla quale con un click appare il nome del brand che indossate e il collegamento al relativo shop online o al prezzo, come su 21 Buttons. Viviamo in una società fondata sull’immagine, ma diciamoci la verità, siamo tutte un pò Bridget Jones nella realtà, un pò meno Vogue. Nella vita di tutti i giorni, scrollare sui social e fare shopping fa parte del prendere la vita con leggerezza, come è giusto che sia. Poi, però, la vita di tutti è un’altra cosa. Franca Sozzani non considerava la moda fine a se stessa ma la usava per comunicare e sensibilizzare la gente, toccando temi che riguardano la società intera, non fermandosi a mostrare l’ultima borsa di un brand. Come secondo voi, il vostro ruolo nella società potrebbe evolversi in futuro in questo senso?

Siamo sicuramente delle ragazze normalissime che hanno deciso di dare vita ad una pagina dalla quale doveva venir fuori la nostra passione per gli abiti e la moda in generale. Sicuramente, come dicevi tu, siamo tutte un po’ Bridget Jones, cosa che non nascondiamo nelle nostre stories, soprattutto perché uno dei primi intenti é far vedere alla gente chi siamo realmente, mostrando anche i nostri difetti, cercando di arrivare il più vicino possibile a tutti quelli che ci seguono con passione e, perché no, regalandogli anche un sorriso in più attraverso quello che facciamo e diciamo.

Nessuno di noi due ha mai pensato di essere un modello da seguire o un esempio da imitare, eppure a un certo punto ci siamo ritrovate con migliaia di ragazze e ragazzi che seguendoci hanno iniziato anche a scriverci, chiedendoci consigli di stile e non, ringraziandoci anche per il modo in cui riusciamo ad andare oltre lo schermo di questi cellulari e arrivare alla gente. Pian piano siamo riuscite a entrare nella vite delle persone come loro sono entrate nella nostra facendone oggi parte, una parte fondamentale.

Nel nostro piccolo siamo riuscite a ritagliarci uno spazio che va oltre la nostra pagina da influencer e siamo grate a quelle persone che credono e hanno creduto in noi, lasciandoci esprimere anche per quelle che siamo, cosa che va oltre la foto pubblicata giornalmente sui social. Abbiamo avuto la possibilità di fare delle lezioni universitarie per portare il nostro sapere in materia di social media, abbiamo partecipato a convegni dove abbiamo espresso il nostro punto di vista su come i commercianti possono utilizzare questi canali social per incrementare e sviluppare il loro lavoro, ecc. Stiamo comunicando chi siamo attraverso i social ma anche al di fuori, nel “mondo reale”, consapevoli fin da subito di essere state fortunate ad avere questa opportunità, e sperando soprattutto di continuare a farlo, perché il contatto con le persone per noi é la cosa più importante che ci tiene vive.

Siamo due ragazze piene di sogni, quindi non pensiamo che ci potranno essere ostacoli a quello che vorremmo fare in futuro. Siamo diverse, tanto diverse, ma insieme sentiamo di poter realizzare davvero quello che sogniamo, che sia scrivere un libro, tenere dei corsi, realizzare una linea di abbigliamento, con impegno e determinazione potremmo farlo. L’importante è crederci davvero e noi questo lo facciamo ogni giorno!

Noi non ci siamo fatte influenzare, ma abbiamo sicuramente sempre cercato di ascoltare chiunque, vicino o lontano, e di analizzare le diverse opinioni perché ci aiutassero nel prendere le nostre scelte, le migliori per noi.

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, avete affermato di aver avviato il vostro blog applicando la politica del “NO FACE” perché la vostra priorità era fare moda, punto. Come hanno reagito le prime aziende con cui siete entrate in contatto davanti a questa vostra scelta? E’ un dato di fatto che un post in cui compaia il volto ha sempre una risposta di like maggiore. Sicuramente, ora che siete affermate, il “no face” è il vostro marchio di fabbrica e funziona alla grande, ma è sempre stato così?

Sinceramente non crediamo che sia così scontato il fatto che un post in cui compaia il volto abbia sempre una risposta di like maggiore. Anzi, da una ricerca che ci è capitato di leggere sul web sembrerebbe che spesso su Instagram le foto senza volto sono quelle ad avere un maggiore riscontro in termini di like e engagement perché le persone/utenti riescono meglio ad immedesimarsi nel soggetto che indossa/pubblicizza il prodotto moda; essendo in qualche modo automaticamente distolti dall’estetica della persona, la loro attenzione e il loro desiderio di acquisto si concentrano solo sul prodotto. Per cui si, la nostra idea iniziale di focalizzare l’attenzione sulla moda in sé, non mostrando il viso, si è rivelata e risulta tuttora effettivamente vantaggiosa e redditizia, sia in termini di engagement, sia in termini di raggiungimento degli obiettivi da parte di un brand.


Non è stato così facile convincere i brand di questa nostra idea, o comunque risultare credibili tanto quanto tutte le altre influencer che mostrano a 360° gradi chi sono. E’ comprensibile che un brand X vorrebbe che l’influencer sulla quale investe sia altamente riconoscibile, cosa che con noi, non mostrando il viso, si può pensare sia più difficoltoso. In qualche modo le nostre foto risultano più “anonime” se inserite in ogni contesto estraniato dalla nostra pagina Instagram .

Tuttavia, ultimamente, la nostra identità, pur non mostrando il nostro viso sui social, si è via via talmente affermata da eliminare quasi questo limite della “non identità”: le persone ormai ci conoscono e ci seguono proprio per il nostro essere “no face” e per i nostri look. Questo ci rende molto felici e soddisfatte, e nel tempo speriamo di raggiungere tutti i nostri obiettivi e le nostre ambizioni, che sono davvero ancora tante!

E’ da tanto ormai che si parla della problematica dell’inquinamento nel settore moda, responsabile del 10% delle emissioni di diossido di carbonio in tutto il mondo. Voi che ne fate parte in prima persona come vi comportate a riguardo?

Sappiamo tutti che l’inquinamento è un problema enorme per il nostro pianeta e ognuno di noi dovrebbe dare anche solo un piccolo contribuito per cercare e trovare delle valide soluzioni.

Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare del nostro meglio, come per esempio comprare prodotti soprattutto made in Italy che si presuppone non abbiano fatto viaggi intercontinentali ma siano anzi prodotti in Italia, seguendo tutte le norme e le regole anti inquinamento. Oppure, sostenendo con immenso piacere aziende o iniziative green che aiutano il pianeta migliorandone l’eco-sostenibilità. Ne è un esempio la nostra recente collaborazione con Intimissimi Green Collection.

La moda è la nostra più grande e passione, ma cerchiamo comunque di evitare capi confezionati con tessuti non naturali e/o plastiche varie.
Pensando al tema delle pellicce, che in termini di inquinamento e sostenibilità è forse uno degli argomenti di dibattito più sentiti degli ultimi tempi nel settore moda, non ci sentiamo di dire che siamo completamente favorevoli alle pellicce sintetiche, dal momento che la loro produzione, trattandosi di materiali non naturali e super sintetici, inquina comunque tantissimo.
Ad ogni modo, con ognuna delle nostre scelte speriamo, nel nostro piccolo, di dare un contributo positivo alla battaglia contro l’inquinamento.

Vi accomuna la passione per la moda ma lo stile è personale e molto spesso è influenzato anche dallo stato d’animo di una persona. Inoltre, tra le persone che seguite sui social compaiono nomi di altre influencer molto note. Quanto una influencer condiziona le scelte dell’altra nel vostro settore, e voi due in particolare, come fate ad essere d’accordo su ogni post?

Certamente seguiamo influencer molto note, sia perché ci piacciono e ci fa piacere guardare le loro foto e le loro storie come un qualsiasi utente, sia perché a livello professionale è sempre interessante e importante analizzare il mercato, il settore e i relativi competitor.
L’analisi di tutte queste variabili, in qualsiasi professione e in qualsiasi settore, è sempre il punto di partenza per arrivare ad una scelta in termini di strategia e poi di azioni ben precise in termini di marketing e comunicazione.

Quindi si, certamente le influencer che seguiamo condizionano, che lo vogliamo o meno, a volte o forse spesso, le nostre scelte: scelte magari relative al modo di comunicare, o a una posizione da prendere qualora ci sia una tematica ben precisa che dilaga sui social e nel web in generale; oppure scelte più semplici, relative alla decisione di collaborare o meno con un brand che ci ha fatto una proposta, nel qual caso analizziamo anche chi ha collaborato con chi e come, e se riteniamo che il brand in questione sia in linea con il nostro posizionamento e target o meno; o, ancora, scelte relative anche a un banale acquisto personale quando ci sono quei pezzi super costosi, introvabili e sold out ovunque che diventano l’oggetto del desiderio di tutti/e, che solo le “top” influencer tra quelle che seguiamo riescono ad avere, e che quindi anche noi decidiamo di acquistare sia per reale piacere e ossessione per lo shopping (che chiaramente abbiamo!), sia per raggiungere i nostri obiettivi di posizionamento.

Riguardo la secondo domanda rivolta a entrambe, siamo una la migliore amica dell’altra, tra noi c’è un’amicizia fortissima, un’empatia, un rispetto, una stima reciproca e tutto un mix perfetto di ingredienti, tali da essere assolutamente la nostra arma vincente, cosa che ci porta spesso, se non quasi sempre, ad essere d’accordo su cosa postare, su come farlo e quando. Si dice che a volte le relazioni funzionino per semplice questione di feeling, e tra noi questo feeling c’è, è davvero tangibile, e forse più di ogni altro ingrediente, ci permette di essere chi siamo in maniera disinvolta e armoniosa e ci aiuta più di ogni altra cosa nel raggiungimento dei nostri obiettivi.

di Chiara, Giusi, Alessandro, Saida e Bianca

Broken heart, shattered dreams? DON’T GIVE UP.

Esiste una realtà chiamata Istituto di moda Burgo, che è quello che frequento nella mia splendida Lecce, dove ogni giorno regnano l’impegno, la determinazione, la costanza e anche i sogni, che non passano inosservati ai grandi occhi delle nostre insegnanti, le quali, giorno per giorno, ci accompagnano in questo percorso, creano per noi delle opportunità e ci mostrano come coglierle nel modo giusto, anche ora, nonostante il momento difficile che tutti noi, in Italia e nel mondo, stiamo fronteggiando. Come ci ripetono sempre a lezione, bisogna saper affrontare qualunque difficoltà con coraggio e impegno, senza abbattersi ma credendo in se stessi e restando positivi.

Ammetto che, essendo alla mia prima intervista, al mio primo articolo, ieri ho a malapena chiuso occhio. La persona che vado a intervistare ha solo 26 anni, ha iniziato il suo percorso nella moda come i miei compagni di corso ed io stiamo facendo ora. Non posso stringerle la mano e chiacchierarci davanti a un caffè, eppure la sua storia, la sua energia, la sua voglia di fare, irriverenza e caparbietà, ma soprattutto la sua semplicità, libertà e positività, riescono ad attraversare l’Italia e iniettarmi una dose incredibile di entusiasmo attraverso un pc.

Ve la presento.

Ciao Angelia! Iniziamo: dicci un pò di te.

Ciao Carola! Mi chiamo Angelia, ho 26 anni e nel 2016 ho iniziato a lavorare al mio progetto personale Angelia Ami. Vivo a Milano, anche se in realtà è una città che mi va un pò stretta e non vedo l’ora di andarmene. Ho un cane, un gatto e un cavallo, tutti un pò matti. Fumo un sacco di sigarette e nel tempo libero vado in palestra e bevo vino rosso con i miei amici.

Come nasce il tuo brand?

Angelia Ami nasce dalla volontà/necessità di esprimere quello che ho dentro. Ho iniziato piuttosto giovane e con una certa incoscienza, senza capire davvero ciò a cui andavo incontro.

Chi sono le ragazze che dovrebbero vestire Angelia Ami?

Angelia Ami non è altro che la rappresentazione di quello che sono io, di quello che vorrei per me, di quelle che sono tutte le mie sfaccettature. Di conseguenza, le ragazze che dovrebbero vestire Angelia Ami sono versatili, determinate, viaggiatrici, nomadi, decise nella vita e nel lavoro, sono ragazze indipendenti con le idee chiare e devote sia al loro lavoro sia al loro tempo libero. Non sono ragazze che seguono la moda come delle capre, ma ragazze con un gusto deciso e personale. Non credo sia possibile ignorare completamente le tendenze, una contaminazione ci sarà sempre ed è giusto, ma Angelia Ami vuole produrre capi timeless, che possano durare nel guardaroba per stagioni e stagioni, dando carattere a chi li indossa e aiutando le ragazze a esprimere la loro personalità.

Immagino non sia stata una passeggiata, decidere di fondare una linea di moda e realizzarla non sono cose che avvengono in uno schiocco di dita. Avrai avuto e avrai tutt’ora una bella squadra che ti aiuta e ti sostiene. Chi ci ha creduto e ci crede tuttora insieme a te?

Quando ho iniziato ero davvero giovane e a tratti incosciente. Non avevo presente quali fossero le risorse di cui necessitavo e inizialmente mi sono circondata di strutture esterne che, oltre che supportarmi, potessero anche insegnarmi molte cose. In questo modo ho imparato cosa fare, cosa non fare, cosa volevo e soprattutto cosa non volevo. Apro una parentesi a favore della mia famiglia, che ha sempre creduto in me e mi ha sempre sostenuta, anche economicamente. È un lavoro che occupa tutte le mie giornate, come dicono le mie amiche “vado a letto con il mio lavoro”, ed è vero. Da qui nasce la necessità di trovare qualcuno che sia disposto a dare disponibilità estrema. In periodi tosti non esistono weekend o momenti di pausa. Per questo motivo, un anno e mezzo fa ho iniziato a lavorare con un team che potesse sostenermi tutti i giorni, tutto il giorno.

Il momento immediatamente precedente al lancio del brand e quello immediatamente successivo, cosa ricordi?

Possiamo dire che il lancio ufficiale del brand sia avvenuto in due momenti: il primo è avvenuto in una sfilata, che non era né una sfilata scolastica, né una vera e propria sfilata di Angelia Ami, più un momento di transizione. Era la Fashion Week di febbraio del 2016, organizzata da una ONG che lanciava talenti emergenti. Io ho organizzato una campagna di crowdfunding per finanziare sia la mia partecipazione all’evento, sia la produzione della collezione. Una volta fatta questa sfilata, le alternative erano due: la prima era quella di fare delle belle foto da aggiungere al mio portfolio e andare a cercare lavoro da qualcun altro. La seconda, invece, era di cogliere l’occasione e rendere questa prima sfilata l’inizio di Angelia Ami, e alla fine cosi è stato.

Detto questo, io sono una tipa abbastanza, come dire, precisa ed esigente, e quello che considero veramente il primo passo di Angelia Ami è stata la collezione spring/summer 2017, al seguito della quale scattammo il lookbook in Paolo Sarpi, a Milano, perché la collezione raccontava della Cina, del paradosso made in Italy/made in China, utilizzando tutta una serie di broccati cinesi, in seta ecc. Quindi abbiamo scattato in Paolo Sarpi, lavorando su una fotografia simile a quella di Martin Parr, le cui opere sono sempre molto oggettive, molto crude, molto ironiche, erano state un pò il punto di partenza della collezione.

Angelia Ami vede la luce nel 2016, sono passati ben quattro anni da allora e la moda, sospinta dalla continua evoluzione dei social, cambia di secondo in secondo. Ti senti influenzata da questo continuo vento o Angelia è piantata in un suo personale mondo, con una sua precisa identity non scalfibile dal contorno?

In realtà, io sono per entrambe le cose, nel senso che sicuramente Angelia Ami ha una sua identità, o almeno io penso che sia così. Sicuramente Angelia Ami ha una sua identità che parte da quello che sono io, da quello che mi piace, da quello che voglio, da quello che vedo, insomma dalla mia visione. Allo stesso tempo, questo continuo vento è anche molto utile. Dopo quattro anni, mi ritrovo a essere sempre più vicina a quello che penso sia veramente Angelia Ami, sia per quello che mi piace e quello che penso, sia per il mio modo di esprimermi, e questo vento mi ha sicuramente aiutata. Considera anche che io viaggio sempre molto, quando non sono a Milano é perché viaggio, ed è la cosa che mi piace fare più di tutte. Nel viaggiare, lascio che la mia testa sia libera, e quello che poi vado a creare, a disegnare, quello su cui vado a lavorare con le persone con cui collaboro, è semplicemente quello che ricavo naturalmente da questi viaggi. Ti parlo di viaggi perché mi sposto fisicamente, ma vale lo stesso discorso per quanto riguarda i social. Quello che faccio con Angelia Ami è frutto di quello che sono io, di quello che vedo fuori, ed è frutto anche di quello che mi succede attorno. Per cui, è tanto vero che Angelia Ami ha una sua identità, quanto è vero che Angelia Ami si evolve continuamente, e questa sua evoluzione non è dissociata da quello che succede intorno a me, intorno a noi e anche da un’evoluzione personale.

Nel giugno 2018 sei stata selezionata come finalista di Who is on next. Congratulazioni! Cosa credi abbia convinto la giuria?

Quando ho partecipato a Who is on next eravamo cinque finalisti. Penso che la giuria abbia fatto una scelta abbastanza “ampia”. Eravamo tutti molto diversi, c’erano sicuramente dei prodotti, delle collezioni molto più mature e strutturate, proprio a livello di prodotto, rispetto alla mia, ma penso che quello che ha convinto i giudici sia stato il fatto che fosse un progetto fresco, un progetto originale perché molto personale. Tant’è che, dopo Who is on next, quello che ho capito che doveva diventare il fulcro della mia attenzione era il prodotto a livello di utilizzo, ma anche a livello di dettaglio. Io sono molto“picky”, sono molto esigente con me stessa, per cui nel momento in cui riguardo il mio capo voglio che sia perfetto, e questa perfezione implica una perfetta costruzione, progettazione, il perfetto tessuto, la cura del dettaglio e soprattutto il perfetto livello di riconoscibilità.

Quindi, insomma, penso che sicuramente il mio progetto fosse fresco, originale, fosse giovane, che comunicasse qualcosa. La collezione con cui ho partecipato a Who is on next era la spring/summer 2019, che veniva fuori da un viaggio fatto con il mio cane. Abbiamo fatto il viaggio da Milano a Roma a piedi, percorrendo la via Francigena, quindi sicuramente era una storia divertente e interessante…!

Tanti ragazzi si approcciano al mondo della moda sperando di riuscire a imporsi e a farsi sentire. Quali sono state le difficoltà maggiori per te? Eri e sei giovanissima.

Sicuramente è un pò la volontà di tutti quella di imporsi e di farsi sentire, però, se io in questo momento potessi tornare indietro e dare un consiglio alla me di quattro anni fa, sarebbe: Angelia, fermati un attimo e fai esperienza da altri. Io non rinnego nulla di quello che è stato il mio percorso, però mi rendo conto che una delle maggiori difficoltà è quella di capire veramente che cosa si vuole dire. Va bene sapere che si vuole dire qualcosa, ma che cosa? È qualcosa che sta dentro di te. La creatività, secondo me, è un pò un punto di incontro tra quello che hai dentro e quello che sei, è qualcosa di estremamente connesso al rapporto che hai con te stesso e, per aver anche un tipo di approccio sano a questo lavoro, credo sia importante costruirsi una rete di salvataggio: da un lato, lavorare su quello che è il tuo IO creativo, su quello che vuoi dire, dove vuoi arrivare. Allo stesso tempo, però, riuscire a costruire una rete di persone che ti possano aiutare a esprimere quello che vuoi, che possono essere persone a cui vuoi bene, persone con cui sei cresciuta, ma soprattutto persone dell’ambiente: stylist, fotografi, contatti con i magazine, è tutto molto importante. Anzi, devo dirti che io, in questo momento, dopo tre anni e mezzo, ho preso la decisione di mettere in pausa Angelia Ami da quello che era il suo organico attivo h24, sette giorni su sette. O meglio, di mandarlo avanti comunque, ma nel frattempo, dedicarmi anche a un’esperienza altrove, perché mi rendo conto che, per quanto sia vero che abbiamo visto dei successi, per quanto tante cose che abbiamo fatto siano andate bene, io sento davvero la necessità to improve myself, sotto tutta una serie di punti di  vista. Penso proprio di aver voglia, di aver bisogno di vedere il mondo che c’è fuori. Avere un brand è molto bello ma, allo stesso tempo, è anche un limite a livello di esplorare, conoscere, provare, perché tutto quello che fai se funziona è bene, ma se non funziona sono errori che ti porti sulle spalle e, ovviamente, hanno un peso diverso rispetto a un errore che puoi fare lavorando per qualcun altro.

Quali sono, secondo te, le skills indispensabili per fare il tuo lavoro?

Trattandosi di un dipartimento creativo e artistico, è sempre tutto soggettivo. Oggettivamente parlando, le skills indispensabili sono sicuramente la determinazione, avere le idee chiare e sapere quello che si vuole, non avere paura di tutto quello che può succedere nel percorso, perché sicuramente ci saranno un sacco di ostacoli, e non aver neanche paura di osare. Penso che sia indispensabile avere un buon balance tra il riuscire a spingersi oltre e l’avere sempre un occhio fisso su quello che si fa. E’ giusto spingersi oltre ma, allo stesso tempo, è giusto avere sempre un occhio dall’alto su se stessi, su quello che si fa. Credo in me stessa ma, qualsiasi cosa faccia, devo essere convinta non una, non due, ma dieci volte di quello che faccio. Lo stai facendo tu, lo stai facendo per te stesso, per un progetto che è tuo, e se non ci credi tu, non ci crederà mai nessuno. Devi crederci, devi crederci tantissimo, e devi avere tutti gli strumenti necessari per poterci credere e per poterti spingere ma, allo stesso tempo, è importante guardarsi dall’alto, guardarsi dentro ed essere anche critici su quello che si fa.

Tu credi in quello che molti dicono e non dicono? Che riuscire in questo settore sia più facile per qualcuno e “meno facile’’ per altri, per questione di collocazione geografica, agiatezza, accademia di formazione, ecc.?

Sicuramente esistono i casi speciali, facciamo un esempio a caso: una persona che per tanti motivi ha già molta visibilità, é più avvantaggiata rispetto al signor nessuno perché si trova ad avere un certo tipo di pubblico, persone che possono credere in lui/lei in un certo modo, una certa disponibilità economica. Che poi, nel 2020, quanti casi del genere ci sono? Quanti influencer, quante persone di spicco? Quante modelle, quante cantanti, quanti lanciano proprie linee, proprie collezioni, è una cosa che veramente ormai succede tutti i giorni, in qualsiasi parte del mondo. Però non credo che questo lo renda più facile. Più immediato forse.

Io ho sempre fatto parte di quella categoria di persone che pensano “Sono giovane, voglio farlo adesso perché sono giovane! Voglio farlo subito!”, senza tenere presente che invece l’esperienza è una cosa fondamentale, fare un certo tipo di percorso è una cosa fondamentale. Allo stesso tempo credo anche che volere sia potere. Per cui, mettendo insieme il fatto che “volere è potere” al fatto che bisogna acquisire una certa sicurezza di quelle che sono le proprie possibilità, penso che si possa arrivare ovunque. Questo non significa che si può arrivare ovunque domani, vuol dire che ci si fa il c**o! Perché é ovvio che se tu conosci quelli che fanno la selezione da LVMH, domani sei dentro, mentre io che non li conosco ci metto cinque anni in più. Però saranno cinque anni in più per arrivare da LVMH con un prodotto molto più maturo, con una comunicazione molto più matura, credendo molto di più in me stessa. Volere è potere, ma le cose non cadono dal cielo, ecco, mettiamola così!

È inevitabile per un designer creare tenendo ben presente la domanda del mercato. Fino a che punto le tue creazioni ne sono influenzate?

Nel momento in cui si va a creare una collezione si deve avere ben presente quello che è il merchandising. Sicuramente ci sono dei pezzi più commerciali, sicuramente ci sono dei pezzi più creativi, questo vuol dire che c’è una base di pezzi vendibili che vengono richiesti e per cui vengono fatti degli studi: cosa è piaciuto in passato, quali sono i pezzi che possono diventare dei continuativi, ecc. Poi ci sono dei pezzi molto più iconici, che sono destinati a tutta la parte prêt-à-porter, alle richieste stampa, al vestire i personaggi ecc., che esprimono con fuoco e fiamme quello che è il concept dietro alla collezione.

Tanti non fanno mai il primo passo, non alzano mai la voce per farsi sentire per paura di essere inadatti, non abbastanza in gamba, mai pronti, semplicemente di fallire. Ma il fallimento, i fallimenti secondo te cosa sono?

Io sono una persona estremamente critica ed estremamente mean, cattiva con me stessa, nel senso che non li accetto i fallimenti. Però, d’altra parte, mi rendo conto che i fallimenti fanno parte del percorso, degli errori da cui impariamo. Nel momento in cui impariamo ad essere più gentili, più calmi con noi stessi, riusciamo anche a capire che non esiste un percorso di sole vittorie. Se fai un percorso di sole vittorie, quand’è che ti fai delle domande in più? Quand’è che metti in dubbio quello che fai, quello che sei? Quand’è che ti migliori? Per cui, in realtà, i fallimenti (e, veramente, te lo dice una che a volte si vuole bene e a volte si odia) non sono altro che un modo per imparare. Angelia Ami non è un progetto fallimentare, Angelia Ami ha riscosso un sacco di successo, e un sacco di gente, quando io ho detto “Ragazzi, ho bisogno di fermarmi un attimo, di rallentarmi un attimo, perché ho bisogno di essere migliore, ho bisogno di imparare”, mi ha risposto “Ma no, non fare cosi, questo non è un fallimento”. Ma, proprio perché non è un fallimento, io ho bisogno di fare questa cosa. Perché per me, fermarmi e cercare di imparare da qualcun altro e migliorarmi, è proprio il contrario, si tratta di alzare ancora il livello, imparare qualcosa di nuovo e riprendere in mano Angelia Ami tra due, tre, cinque anni in modo completo, continuativo, con altri strumenti e nuove skills.

Noi ci stiamo ancora provando, cosa ci consiglieresti?

Di volervi bene, di credere in voi stessi ma essere anche critici, di pensarci sempre due volte, ma di buttarvi!

Ti ringrazio Angelia, conoscerti è stato veramente un grande piacere!

Ma figurati, spero di esserti stata utile. A super presto!

Chiudo quest’intervista e mi sento ricaricata. Ascoltare Angelia e la sua storia, sentire sulla pelle l’entusiasmo, la forza e l’impegno che mette nel suo percorso, è stata un’iniezione di adrenalina e motivazione. E’ vero quello che ci dicono in Accademia. Dobbiamo lavorare, su chi siamo, su chi vogliamo essere, avere qualcosa da dire al mondo e gridarlo, senza imporlo o sbattere i piedi per terra se non viene capito, ma provandoci e riprovandoci, finché non riusciremo a fare qualcosa che non sia fine a se stesso ma che dia un contributo positivo al mondo in cui viviamo, a far sentire qualcun altro come Angelia ha fatto sentire me oggi: POWERFUL.

di CAROLA PANICO

To all the girls with their heads in the clouds

Chiara Guagliumi

Marzo è iniziato, in tanti hanno dato il via alle fughe al mare per un caffè, solo per il gusto di sentire l’odore dell’estate ancora lontana, così, come se nulla fosse. Le giornate si sono allungate, il cielo è terso ma l’aria per lo più ancora fredda, sembra che la primavera tentenni a mostrarsi in questo clima di incertezza in cui ci troviamo. Oggi, 8 marzo, Festa delle Donne, in quello che guardando fuori dalla finestra sembrerebbe un giorno qualsiasi, è stato firmato un nuovo Decreto Coronavirus dal Governo: “Lombardia e 14 province chiuse”. Anche la nostra Accademia è chiusa, d’accordo con le direttive governamentali, a fine precauzionale, ma io ho questa intervista da fare, un’intervista ad una donna che vive proprio in Lombardia, a Bergamo per la precisione. Mi sono documentata su di lei, ho fatto tutte le ricerche possibili ma mi è bastato uno sguardo al suo profilo IG per empatizzare con il suo essere donna, come me, come noi, come voi e per sentirmi un pò meno “chiusa”, in questo clima di emergenza e panico generale, in questa strana Festa delle Donne. Siamo Donne, Siamo Uomini, siamo umani e siamo INSIEME. STAY POSITIVE.

Conosco Chiara virtualmente, via whatsapp prima e via email poi. “Overthinker since’94” dice di sé sul suo profilo IG. Classe 1994, Chiara è attualmente Social Media Manager per il noto magazine iO Donna, è minuta ma ha due occhioni castani che nasconde spesso dietro un paio di occhiali da sole neri di Céline, insieme a un velo di lentiggini e una sfilza di orecchini che le incorniciano entrambe le orecchie.


Ciao Chiara! Mi sarebbe piaciuto conoscerti di persona, ma la situazione non lo permette. Allora: sei giovanissima! Raccontaci un pò di te!

Ciao Noemi, anche per me sarebbe stato un piacere conoscerti di persona, ma il momento purtroppo è quello che è.
Sono Chiara, ho 26 anni e sono bergamasca. Adoro leggere, principalmente romanzi e poesia, viaggiare e passare più tempo possibile con la mia barboncina, che si chiama Carlotta ed è la mia ombra. Dopo il liceo mi sono trasferita a Milano per studiare Fashion Styling e, dopo aver vinto una borsa di studio, a Firenze, per un Master in Fashion Promotion, Communication and New Media. Entrambe le esperienze sono state molto formative, ma l’anno a Firenze in particolare mi ha aiutata a crescere tantissimo e a respirare un’aria completamente nuova. Le ispirazioni erano ovunque e le mie compagne di corso tutte straniere, cosa che mi ha permesso di venire a contatto con culture molto diverse dalla mia e di avere amiche in ogni parte del mondo, tra cui anche la Cina e la Repubblica Dominicana. 

Attualmente sei Social Media Manager per il magazine iO Donna. In cosa consiste esattamente il tuo lavoro e come ci sei arrivata?

I social media, in particolar modo Instagram, sono diventati assolutamente fondamentali nella comunicazione contemporanea. Quello che facciamo sul profilo di iO Donna è cercare di passare dei messaggi femminili e positivi molto forti, in cui crediamo molto. E anche una buona dose di ironia non guasta mai. Quello che faccio io nello specifico è cercare, decidere e creare i contenuti. Partendo quindi dalle news calde del mattino per arrivare a quelle fredde (ovvero contenuti non legati all’attualità), che programmiamo di settimana in settimana. Il nostro account si occupa infatti anche di moda, viaggi, beauty e cinema. Siamo un team molto piccolo ma lavoriamo sodo e crediamo fortemente nel progetto, che è uno dei requisiti fondamentali per riuscire a portare a casa un lavoro soddisfacente. 
Sono arrivata da iO Donna un anno e mezzo fa e per un po’ di mesi ho fatto l’assistente stylist, per capire poi che non era quello che avrei voluto fare per tutta la vita. Nello stesso momento si è liberato un posto appunto nella zona web e mi sono quindi spostata. Diciamo che ero nel posto giusto al momento giusto. 

Te lo diranno in tanti, che figata! Oppure no..?

Sì, capita spesso. Capita anche spesso però che le persone lo vedano come un lavoro superficiale e poco faticoso, quando è tutt’altro. 

Quali sono le skills che ogni ragazzo/a che ambisce a fare il tuo lavoro dovrebbe avere? 

Penso che le skills più importanti siano in assoluto la creatività, l’umiltà e la disponibilità. Le ora di lavoro sono tante, non ci sono orari d’ufficio e bisogna essere connessi 24 ore su 24. 

Qual è il tuo concetto di “moda”?

Io ho sempre vissuto la moda come un concetto molto personale. È sempre stato un mezzo con cui sentirmi sicura e attraverso cui esprimere la mia personalità. La moda dovrebbe sempre essere qualcosa che ti fa sentire bene, non qualcosa che ti spinge a sentirti inadatto. 

Tu hai a che fare di continuo con i social media e la “vita patinata”. Stiamo tutti un pò perdendo di vista chi siamo davvero e cosa conta nella vita tra un like e l’altro?

Sicuramente l’entrata dei social media nelle nostre vite è stata abbastanza traumatica. Con la quantità di immagini che vediamo ogni giorno, ci sentiamo quasi sempre in difetto e ci mettiamo a paragone con gli altri. Penso anche però che nell’ultimo anno i social media, Instagram in particolar modo, siano cambiati parecchio. Le persone postano momenti e fotografie più reali e non sono più spaventate all’idea di mostrare i propri difetti. 

Sei una donna, giovanissima, indipendente. Cosa comporta questo? Per gli altri siamo “troppo sensibili, troppo emotive, il sesso debole, un passo indietro all’uomo, scomode sul lavoro dai 25 anni in su, forse anche prima, perché sicuramente intenzionate a metter su famiglia e figli”. Per noi stesse “mai abbastanza, troppe imperfezioni da correggere, tante aspettative da soddisfare”. Ma, insomma, come si fa?

Questa è una domanda molto complicata. Da una parte mi sento molto fortunata, ho un fidanzato e tante persone che mi sostengono e che mi spingono sempre a dare il massimo. Non ti nascondo però che, a volte, questa vita diventa frustrante. Ci sono dei momenti in cui vorrei tanto fare qualcosa di diverso dal lavoro, ma o non ho tempo o sono troppo stanca. Qualche volta mi manca semplicemente la motivazione. Diciamo che è un equilibrio abbastanza precario. 
L’età in cui le donne hanno dei figli si è molto alzata rispetto al passato, non perché non li desideriamo più, ma perché la poca sicurezza del lavoro e il lato economico non ce lo permettono. A me personalmente è capitato addirittura che in un colloquio, ovviamente non in quello del posto in cui lavoro ora, mi chiedessero della mia vita privata e sentimentale e ti posso assicurare che è parecchio umiliante. 
Non so quindi darti una risposta definitiva o soddisfacente, ma credo che il tutto risieda, almeno per quanto riguarda noi stesse, nel trovare un equilibrio tra il dare sempre il massimo e il non essere troppo severe. Concedersi degli sbagli e rialzarsi più forti di prima. 

Domanda inevitabile Chiara: mentre parliamo, in Italia e nel mondo dilagano il panico e l’emergenza sanitaria. Tu sei di Bergamo, ti trovi quindi in Lombardia, una delle zone chiuse oggi dal decreto del governo. Sulla scia di quello che dicevamo, anche e soprattutto in queste situazioni di emergenza, dovremmo essere gli uni di supporto agli altri, a prescindere da chi e dove siamo. Eppure spesso, sui social media, tendiamo ad attaccarci a vicenda, perdendo forse di vista l’importanza di restare uniti, come umani, come umanità. Credi che i social potrebbero essere usati in maniera più consapevole, per aiutarci e supportarci l’un l’altro, per diffondere calma e razionalità, anziché risentimento e panico?

Assolutamente sì, sono fortemente convinta che ci sia un utilizzo dei social molto più sensibile e intelligente di quello che se ne fa in questo momento, la vera difficoltà è arrivarci. Sui social purtroppo ognuno si sente in diritto di esprimere la propria opinione, senza mai fermarsi a pensare che la persona che c’è dall’altra parte ha dei sentimenti reali, che potrebbero essere feriti da determinati modi di esprimersi. Sarebbe bello che tutti potessimo relazionarci agli altri in un modo più educato e gentile e sarebbe sicuramente un arricchimento. Ma per ora è un’utopia. 
Per quanto riguarda il momento delicatissimo in cui si trova il nostro Paese, noi, con l’account di iO Donna cerchiamo di aiutare i nostri followers e di restare uniti come possiamo. Chiediamo a chi ci segue di mandarci delle idee creative su come passare il tempo in casa, delle liste di film, libri o podcast. Teniamo sempre aggiornati i dati sul Coronavirus e condividiamo leggi e normative dagli account ufficiali. Abbiamo inoltre fatto una raccolta di tutte le donazioni per i vari ospedali italiani, in modo che i nostri followers possano scegliere velocemente a quale aderire, sempre se ovviamente sono interessati a farlo. 
Ragazzi è fondamentale restare nelle proprie abitazioni, è l’unica cosa che può diminuire la velocità e il numero di contagi del virus. Gli ospedali qui da noi sono al collasso e i medici, gli infermieri e il personale sanitario lavorano giorno e notte. Parola di figlia di medico preoccupatissima. 

E’ arrivato il momento di salutarci, ma speriamo di poterti conoscere di persona molto presto, nella tua bellissima Lombardia o nella nostra meravigliosa Puglia! Chiudiamo così: cosa consiglieresti alla te stessa di qualche vita fa e alle ragazze che cercano ancora il loro posto nel mondo?

Alla me di qualche anno consiglierei di credere di più in se stessa e di dare meno peso alle opinioni altrui (anche se mi viene ancora difficile metterlo in pratica). Alle ragazze che ancora cercano il loro posto nel mondo mi sento di dire che va bene così. Cambiate un milione di strade, perdetevi, datevi la possibilità di sbagliare e di sentirvi confuse. Un giorno arriverà la strada perfetta per voi. E se non arriverà ve la creerete da sole. Occhi aperti e tanta tanta curiosità. 

Un abbraccio (a 1 metro di distanza)
Chiara 

Poco dopo la nostra intervista, la situazione sanitaria ha raggiunto livelli di maggior emergenza. Chiara vive a Bergamo, una delle città maggiormente colpite in Italia. Il suo papà è uno di quei tanti medici che, insieme a tantissimo altro personale negli ospedali, in questi giorni lavorano senza sosta per cercare di salvare tutti noi.

A nome dell’Istituto, di tutti noi studenti e sicuramente dell’Italia intera, ci teniamo a ringraziare il papà di Chiara e tutti i medici, gli infermieri, i biologi, tutto il personale medico e non, che in questo momento difficile, svolgono un lavoro indispensabile per tutti, seppur nella paura e le difficoltà che ciò comporta, per loro stessi in primis ma anche per le loro famiglie.
Siamo tutti con voi.

#COURAGEABOVEFEAR

#IORESTOACASA

di NOEMI DI PIERRO

Grande successo per Elaine Cheng, che lo scorso anno ha finalmente lanciato il suo brand nato da un’idea innovativa e del tutto green sull’abbigliamento sportivo Hoya Kerry!
Diplomatasi a pieni voti nel 2009 presso il nostro istituto in Design Intimo & Modellistica con CAD, Elaine ci ha raccontato della sua enorme soddisfazione e di come le competenze, il supporto e la sicurezza acquisite presso il nostro istituto l’abbiano aiutata a realizzare il suo sogno.

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La 29esima edizione del Concorso Nazionale Professione Moda Giovani Stilisti – RMI 2019 è stata lanciata il 24 gennaio, in occasione della tavola rotonda dedicata al confronto sui valori del sistema moda italiano.
Lo scorso 18 aprile l’Istituto ha raccolto grandi soddisfazioni durante la proclamazione dei finalisti.
Dopo essere diventata virale sui social con i suoi figurini, che le hanno permesso di conquistare il titolo di Disegno del Mese di Marzo dell’Istituto, la studentessa di origine venezuelana, Waleska Prieto, aggiunge un altro tassello conquistandosi un posto nella finale del concorso.
La futura Fashion Designer si è presentata con 6 figurini per la sezione Beachwear. In palio per lei, in caso di vittoria, un’esperienza lavorativa in un’azienda e una borsa di studio del valore di 1000 euro.

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Torna dal 5 al 7 Febbraio 2019 Milano Unica, la fiera di riferimento dei tessuti e degli accessori di alta gamma per l’abbigliamento donna e uomo.
La manifestazione , arrivata alla sua 28esima edizione, avrà luogo negli spazi di Rho Fieramilano e ancora una volta, tra le numerose iniziative, accenderà i riflettori sui migliori designer usciti dalle scuole e accademie di moda all’ interno dell’area “Eyes on me”, una importante vetrina professionale dedicata ai giovani che avranno la possibilità di raccontarsi e mostrare alla stampa e agli addetti ai lavori le proprie creazioni e mettere in gioco la propria professionalità e il proprio talento.

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La seconda edizione di Fashion Graduate Italia è andata in scena dal 26 al 29 ottobre 2018 allo Spazio Base di Via Bergognone a Milano. La manifestazione, dedicata alla formazione in ambito moda e organizzata dalle scuole della Piattaforma Sistema Formativo Moda, ha offerto un ricco programma di quattro giorni di passerelle, workshop e dibattiti nonché di incontro tra gli studenti e i protagonisti del settore fashion.
L’evento, che ha visto partecipare a questa edizione oltre 5000 visitatori, voleva anche consentire a coloro i quali desiderano entrare a lavorare nel mondo della moda di conoscere il livello qualitativo e l’orientamento offerto dalle principali scuole del territorio italiano. Tra i 10 istituti che hanno sfilato per Fashion Graduate Italia, l’Istituto di Moda Burgo, presente anche con uno stand informativo e illustrativo.

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